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TEST   DI   AUTENTICITA’

Il test di autenticità proposto in questo blog consiste in una lista di accertamenti da compiere su una fotografia sospetta.  E’ diviso in due parti:  la prima fase  mira a rintracciare la maggior quantità possibile di informazioni sulla storia della fotografia in esame, allo scopo di far emergere eventuali contraddizioni con quello che appare o viene raccontato ufficialmente sull’identità dei soggetti, data, luogo, autore, modalità di scatto, ecc.;  mentre la seconda fase consiste nell’osservazione diretta dei particolari dell’immagine fotografica e nella ricerca di eventuali anomalie, ad esempio nella proiezione delle ombre, nelle proporzioni di un oggetto, nella presenza di uno  scontornamento impreciso, ecc.

Alcune premesse. Chi sottopone al parere dell’analista una immagine sospetta, vorrebbe sentirsi dire senza mezzi termini che una fotografia è vera o falsa,  ma questo molto spesso non è possibile. Ad esempio, quando la fotografia in verifica è di scarsa qualità o al suo interno sono raffigurati pochi elementi da valutare, si è costretti a esprimere un giudizio con riserva. Questo aspetto potrebbe anche essere un punto di forza per il falsario, ossia l’impossibilità di compiere un esame approfondito. Bisogna anche specificare che non tutte le alterazioni corrispondono ad un inganno, è il caso ad esempio dell’intervento in post produzione su una parte della fotografia che non coinvolge il soggetto principale, ma solo lo sfondo o elementi di poco conto, modificati per meri motivi estetici. L’analista può farne menzione, specificando che non stravolge il significato dell’immagine.

Talvolta la committenza ha già una teoria sulla fotografia in esame e più o meno consapevolmente cerca da voi solo una conferma, quindi c’è sempre il rischio di farsi influenzare. Per ovviare a questo problema, prendetevi il tempo necessario, seguite tutti i punti del presente test e soprattutto evitate giudizi preliminari espressi oralmente. Comunicate il vostro giudizio con una relazione scritta, corredata di fotografie esplicative e non abbiate fretta di segnalare un elemento anomalo, anche se vi pare molto evidente, perchè potrebbe rivelarsi genuino con un esame più approfondito. Può capitare anche di dover analizzare una fotografia senza che venga fornita dalla committenza alcuna informazione sulla storia dell’immagine per preservare una sorta di garanzia di imparzialità, oppure, se viene suggerito un soggetto sospetto all’interno dell’immagine, non si può escludere che la committenza fornisca informazioni incomplete o errate, quindi si consiglia di eseguire comunque un esame di base su tutti gli elementi della scena, alla ricerca delle più comuni incoerenze e tracce di manipolazione (direzione della luce, ombre, scala dimensionale dei soggetti, esame dei bordi alla ricerca di imperfezioni nello scontornamento e residui del vecchio sfondo).

Se gli elementi a disposizione per valutare l’immagine sono troppo pochi o di qualità estremamente bassa, rinunciate all’analisi.  Ad esempio, una fotografia di piccolo formato, il cui soggetto appare indefinito o sfuocato e immerso in un contesto con pochissimi particolari, verrà prudentemente classificata come “non periziabile”, specificando  “dati insufficienti per l’analisi”.

E’ utile fare un diario dell’analisi, ogni passaggio dell’indagine va registrato. Segnatevi date ed orari dei vostri incontri ed i nomi delle persone o delle ditte che contattate per avere informazioni su un certo elemento della fotografia. Se chiedete dati merceologici o di un qualsiasi altro settore, cercate di ottenere risposte scritte e documenti ufficiali. Ricordate che molto spesso l’autore o il divulgatore della falsa fotografia negherà spudoratamente tutto, anche le prove scientifiche e farà di tutto per sminuire il vostro lavoro di analisi. Aspettatevi scorrettezze e colpi bassi, quindi tutto quello che scrivete deve essere dimostrato e inattaccabile. Il vostro lavoro termina con la consegna di una relazione tecnica corredata di immagini esplicative. Una regola fondamentale: chi legge la relazione spesso non ha conoscenze approfondite di analisi dell’immagine, conseguentemente tutto ciò che scrivete e illustrate deve essere chiaro e semplice, con descrizione di tutti i passaggi che portano ad una dimostrazione scientifica. Le parti in causa devono capire e valutare la correttezza del metodo di lavoro da voi usato. Prossimamente inserirò una traccia di relazione tecnica, suggerendo cosa scrivere ed in che modo (con indicazione chiara del quesito, strumenti e metodo utilizzati, ecc.).

Propongo 4 giudizi standard da inserire nella eventuale relazione tecnica.

1-Fotografia falsa che non rappresenta la realtà. La fotografia ha subito modifiche importanti (specificare quali), o ricade in casi eclatanti di stage photography o false informazioni correlate (vedi articolo sulle nozioni di base). Nulla vieta di usare anche altre formule, ad esempio: “profondamente modificata, manipolata”, ecc.

2-Fotografia autentica che rappresenta la realtà, priva di alterazioni, verificata anche sotto l’aspetto della ricostruzione storica e del contesto, ritenuti autentici.  Non dare troppo peso alla presenza  di semplici modifiche nei parametri estetici, quali luminosità, contrasto, bilanciamento cromatico, nitidezza, che non hanno stravolto il significato o l’aspetto di persone o cose raffigurate.

3-Immagine priva di alterazioni nella quale non sono stati evidenziati fotomontaggi, o altre modifiche importanti, l’analisi però risulta limitata dal numero o dalla qualità non ottimale degli elementi da valutare, o non è stato possibile approfondire la storia della fotografia.  Ad esempio, consiglio di usare questo giudizio quando non è possibile risalire con certezza all’autore, alla data, al luogo esatto dello scatto, quando sussiste un ragionevole dubbio che si tratti di stage photography o false informazioni correlate  (ma non prove eclatanti).  Si tratta di un giudizio di autenticità con riserva. Ricordo un’analisi effettuata dal Prof. Balossino al quale venne chiesto un parere su alcune vecchie fotografie in bianco e nero scattate durante una presunta spedizione sul monte Ararat, alla ricerca della nota Arca del diluvio. Il Prof. Balossino, durante una trasmissione televisiva, argomentò che le immagini, pur non evidenziando manipolazioni, potevano però riferirsi ad un qualsiasi altro luogo montagnoso, non essendoci alcun elemento utilizzabile per un confronto certo con la geografia del monte Ararat.

4-Fotografia non periziabile per gravi carenze qualitative e/o mancanza di un numero sufficiente di elementi utili all’analisi. Rispetto al punto precedente, la carenza qualitativa e quantitativa degli elementi della scena è di un livello tale da compromettere del tutto l’analisi. Quest’ ultimo giudizio ha un peso importante perché una fotografia non periziabile, di bassa qualità, non ha comunque peso probatorio e non può essere usata per dimostrare alcuna reatà.

IL TEST

PRIMA FASE: raccogliere informazioni approfondite sulla fotografia in verifica.

Punto 1. Ricostruire la storia della fotografia in verifica, raccogliere informazioni approfondite sul soggetto, sul contesto della fotografia, sia utilizzando i dati forniti da chi pubblica o comunque conosce le circostanze dello scatto, sia tramite deduzioni e approfondimenti personali. Ricostruire o rintracciare la data dello scatto, il luogo, l’autore, chi sono i soggetti, indagare il perche’ è stata fatta la fotografia. Lo scopo è quello di far emergere eventuali incongruenze, spia di falsificazione.

Punto 2.  Se necessario, per capire a fondo l’immagine, chiedere il parere di un esperto del soggetto raffigurato, del lavoro che vi si svolge, degli elementi presenti, ecc. Se ad esempio l’immagine mostra una grossa imbarcazione e non avete conoscenze di quel settore, contattare un esperto di navigazione, mostrategli  l’immagine per stabilire se ci sono incoerenze e in generale per avere le idee chiare sull’immagine in verifica.  

Punto 3.  Analisi merceologica della eventuale stampa. Studiare il supporto cartaceo e stabilire la tecnica di stampa (da diapositiva, da negativo, sublimazione, ink-jet, laser, litografia, ecc.). Esame ad occhio del livello di invecchiamento, alla ricerca di segni di usura, ingiallimenti del supporto e slittamenti cromatici dell’immagine. Verificare la presenza della cosiddetta “deriva chimica”, ossia alla colorazione rossiccia dei bordi delle stampe chimiche dei minilab, che compare e aumenta con l’invecchiamento.  Rilevare la marca stampata sul retro, approfondendo il significato di particolari simboli e logo. Le fabbriche produttrici di un marchio generalmente non hanno problemi a fornire informazioni aggiuntive, come ad esempio il periodo di commercializzazione. Lo scopo di queste indagini è sempre quello di far emergere dati obiettivi da confrontare con quello che viene riferito ufficialmente sulla fotografia in esame e smascherare eventuali bugie. La grana di un negativo, riprodotta per proiezione sulla stampa, rivela talvolta il tipo di pellicola e l’epoca di commercializzazione. Molto importante la data che spesso viene impressa dai minilab sul retro delle stampe, ma essa indica solo il momento della stampa e non necessariamente una data prossima allo scatto. Vi sono anche esami chimici molto specialistici che ho appreso dalla lettura del libro di Dino Brugioni, “Photo fakery”. Li riporto per completezza, ma non ne ho esperienza diretta:  prelievo  di un pezzetto di carta da stampa che viene dissolto per  stabilire cosa contengono le fibre e di che tipo sono;   esame ai raggi X alla ricerca di minerali;  esame del ph per stabilire se la carta è stata fatta con un procedimento acido o alcalino; analisi attraverso la spettroscopia infrarossa di estratti della carta fatti con solventi,  per  rivelare la presenza di leganti organici e stabilire quali sono, in quanto danno indicazione sul periodo di produzione; esame delle fibre organiche con il carbonio 14. E’ un buon punto di partenza reperire una stampa o un film  coevo, sicuramente autentico e dello stesso tipo (marca, formato, tecnica di stampa) per fare i confronti.                                                  

Nel caso si abbia a disposizione la pellicola  originale di una fotografia,  l’analisi merceologica dovrebbe comprendere:  verifica di marca, formato, codici presenti sui bordi che indicano il lotto e gli ISO. Controllare sul negativo l’immagine che deve essere, anche se di poco,  più estesa rispetto alla stampa. E’ noto infatti che le stampe riproducono un’ immagine meno estesa rispetto a quella presente nella pellicola a causa delle maschere marginatrici dei laboratori; controllare che la grana sia uniforme in tutta la scena per grandezza e distribuzione. Verificare la presenza di altri scatti prima e dopo il fotogramma in verifica, la cosiddetta “sequenza”,  e valutare il loro contenuto per trarre informazioni, indizi, e stabilire se c’è coerenza (soprattutto temporale) con le informazioni fornite e con il contenuto del fotogramma in verifica (vedi punto 5). La macchina fotografica analogica trascina il rullino e talvolta lascia graffi e segni che sono tipici di quella fotocamera, dovuti alla cornice della finestra attraverso la quale viene esposto il rullino e contro la quale e’  premuto e trascinato. In un articolo che ho letto sul sito della Nital, distributore di Nikon per l’Italia, ho appreso che alcuni fotografi avevano l’abitudine di incidere delle tacche lungo le cornici delimitatrici di formato della propria fotocamera, che lasciavano passare la luce e diventavano dei segmenti neri sul bordo del negativo. Ogni cornicetta, comunque, ha una sua particolare forma, differente da fotocamera a fotocamera, anche se di poco,  che in alcuni punti può presentare delle piccole rientranze, o dei bordi leggermente sfrangiati, che si fissano poi indelebilmente, e nello stesso modo seriale,  sul negativo. I dorsi Hasselblad per pellicola vengono prodotti con due  triangolini che  rimangono impressi su un lato del fotogramma.

Dino Brugioni, nel suo libro “Photo fakery”, insegna le seguenti tecniche di analisi della pellicola: considerare i dati di fabbrica impressi sul bordo ed all’inizio del film, che facilmente indicano la data di produzione del lotto; il valore  ISO (esisteva nell’anno presunto di esecuzione dello scatto?); granularità, risoluzione dell’immagine; curve sensitometriche dell’immagine che indicano se la pellicola è  morbida o contrastata;  velo di base tipico di quella pellicola; tinta della pellicola  (per il negativo colore tutti ricordano la tinta rossiccia); presenza di strato antiriflesso (esisteva nell’anno presunto di scatto?); residui chimici del trattamento di sviluppo. Ricordate che la grana sulla stampa è la riproduzione di quella del negativo.

Sempre dal libro di Dino Brugioni ho ricavato la tecnica di analisi  di George Lacy riguardante un  negativo, si tratta di esami molto specialistici:  esame macroscopico e microscopico su tutti e due i lati della pellicola; esame microscopico usato per scoprire ritocchi fatti direttamente sulla pellicola; esame microscopico usato per evidenziare disturbi o anomalie dell’emulsione dentro o intorno all’area che si presume alterata; esame UV per evidenziare tracce e inquinanti chimici depositati in una certa area durante il trattamento; esame infrarosso per evidenziare se ci sono stati ritocchi, sempre su tutte e due le faccie della pellicola; esami approfonditi per evidenziare la sovrapposizione di due negativi o una doppia esposizione; un eventuale macchia di densità, per infiltrazione di luce, può avvenire durante lo sviluppo, ma e’ raro che coinvolga solo un fotogramma; verificare che siano state usate tecniche e materiali idonei e conosciuti per lo sviluppo; comparazione della densità sulla pellicola, delle aree considerate fasulle con la densità delle altre aree dell’immagine (densità delle alte luci, dei neri, che devono essere in armonia in tutta la scena del fotogramma).  Attenzione alla presenza del codice dx sul rullino e sul bordo della pellicola che è stato introdotto dal 1989, quindi su uno spezzone antecedente non deve comparire (fonte Sergio Namias di Progresso Fotografico).  Anche per le pellicole, non escludere un esame dei chimici residui.

Punto 4.    Analisi dei dati exif. Data e ora di scatto sono contenuti nei dati UTC (Universal Time Code) se in uso il GPS, in caso contrario, si consideri che la data e l’ora sono impostabili dal fotografo attraverso il menù della fotocamera e sono da prendere con il beneficio del dubbio. Verificate se le condizioni atmosferiche di quel dato giorno, desunte da fonti certe, coincidono con le stesse che si vedono nell’inquadratura. I dati Exif contengono anche  marca e modello della fotocamera, tempi e diaframmi usati per lo scatto e varie altre impostazioni, come l’uso del flash, gli ISO, la focale dell’obiettivo, il formato del file, ecc. Se i dati exif rivelano l’uso di una fotocamera che non esisteva all’epoca riferita dello scatto, la foto è fortemente sospetta, a meno che la suddetta macchina fotografica non sia stata usata per la riproduzione su stativo di una stampa originale. Tutti i dati devono essere coerenti con l’ambiente della fotografia: se è raffigurato un interno con luce artificiale e di intensità bassa, di tipo domestico, lo scatto non può avere  ISO bassi, tempi veloci e diaframmi piccoli.  Prestare attenzione alla focale dell’obiettivo, se l’immagine appare ripresa con un grandangolo, ma nei dati exif risulta, ad esempio, un’ottica 100mm macro, siamo di fronte ad una discrepanza molto sospetta e probabilmente dovuta ad una riproduzione fotografica, passaggio chiave di molti fotomontaggi.

Il software jpgsnoop è molto utile per estrarre dati exif  e avere una prima indicazione se il file immagine è stato modificato. Indica anche il software usato per l’editing.

Punto 5.   Ricercate  la sequenza di fotografie dello stesso evento, scattate  prima e dopo, sia dalla stessa fotocamera, sia proveniente da altri fotografi. L’analisi delle immagini eseguite prima e dopo lo scatto sospetto, anche scattate da altri fotografi nella stessa circostanza, può fornire informazioni interessanti, ma attenzione, nulla esclude che anche gli scatti prima e dopo siano stati manipolati o più facilmente eseguiti in “stage photography”,  per dare credibilità allo scatto principale, perno della truffa. Verificare che i file della stessa sequenza fotografica seguano una numerazione logica e che i fotogrammi abbiano lo stesso numero di pixel. La fotocamera che uso abitualmente produce sempre fotografie di 4256 x 2832 pixel, se una foto della sequenza viene ritagliata, noterete un file, per esempio, di 3200 x 1250. Nel caso si abbiano poche informazioni, considerate anche la ricerca e lo studio di altre fotografie dello stesso soggetto, fatte in periodi più lontani, anche da altri e del solo ambiente senza persone. Possono, malgrado tutto,  far emergere particolari utili alla valutazione dell’immagine in verifica.  

Punto 6.  Ricostruire e annotare come ed in che condizioni e’ stata fatta la foto a livello tecnico, posizione della fotocamera, tipo di attrezzatura,  focale, uso o meno del flash che introduce un piccolo riflesso caratteristico nelle parti riflettenti della scena (anche gli occhi dei soggetti umani), tempi e diaframmi. Tutti questi elementi devono essere coerenti con il soggetto e le modalità (riferite) dello scatto. Lo scopo è sempre quello di far emergere eventuali incoerenze  con le informazioni “ufficiali” che accompagnano la fotografia.  Siate pignoli, verificate tutto, se c’è qualcosa che non vi convince, insistete. Ricordate che la produzione di un buon falso fotografico è una attività alquanto complessa, in cui è molto probabile che venga commesso qualche errore. Ad esempio, un soggetto chiaramente in movimento, ma fissato nitidamente, deve essere coerente con la giusta disponibilità di luce ed un tempo di scatto brevissimo, in  caso contrario potrebbe trattarsi di una riproduzione su stativo di una stampa  e non di uno scatto originale in presa diretta.

Punto 7.  Chiedere esplicitamente se la fotografia è originale o una riproduzione, e quali eventuali ritagli o altre modifiche sono state fatte. Questa domanda va rivolta a chi fornisce o pubblica la fotografia in verifica. Chi è in buona fede dovrebbe dichiararlo tranquillamente. Stesso discorso in caso di stampe da pellicola o da file: chiedere se provengono da un originale o piuttosto da una riproduzione fotografica di un’altra stampa, che è un passaggio chiave della falsificazione e comporta spesso una perdita di informazioni (riduzione dei bordi).  Ovviamente mettete in conto anche una bugia, ma non trovatevi nella scomoda posizione di chi si sente dire successivamente   “… non te l’ho detto perché  non me l’ hai chiesto!”. Non aver timore di chiedere alla committenza quale elemento si ritiene estraneo, incoerente, e se qualche altro particolare di minore importanza e’ stato a suo parere aggiunto, sottratto, o solo modificato. La domanda può sembrare insolita, ma chi vi sottopone la fotografia è spesso a conoscenza di circostanze che voi ignorate. La ricerca di fotomontaggi  è una attività complessa  e se possibile è meglio ridurre il campo e concentrarsi  sulle parti di vero interesse.

Punto 8.  Analisi con software specifici alla ricerca di alterazioni dell’immagine. Il Prof.  Hani Farid e collaboratori hanno messo a punto vari software di analisi in grado di evidenziare, ad esempio, il reale modello di fotocamera, desunto dal tipo di compressione informatica del file. Ma il più interessante rimane il software che il Prof. Farid ha sviluppato per evidenziare parti clonate  presenti più volte nella stessa inquadratura.

Il suo sito: http://www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Research/Research.html

Come operazione preliminare è sempre utile aprire il file immagine con jpegsnoop per verificare se si tratta di un originale o una copia già aperta e salvata con un  software di elaborazione, tipo Photoshop.

SECONDA FASE: analizzare a fondo l’immagine fotografica. 

Prima di analizzare l’immagine nel datteglio, è opportuno avere le idee chiare su cosa si sta osservando, perchè non sempre la scena ci trasmette un messagio chiaro, mentre le informazioni correlate potrebbero essere molto scarse (se non false…). Indagate i seguenti aspetti: che rapporto ha il fotografo con il soggetto? Le persone raffigurate sono consapevoli di essere riprese o danno l’impressione di non considerare la presenza del fotografo? Chi sono e cosa fanno le persone raffigurate e perchè sono in quel luogo? Qual’ e’ l’elemento più  importante sul quale si è concentrato il fotografo?  Quale messaggio vuole trasmettere?  A quale genere appartiene lo scatto: cerimonia, giornalismo, ritratto in posa, ambiente giudiziario (tipo foto segnaletiche), documentazione scientifica, archeologica? Tutto questo va oltre la raccolta di dati, si tratta di osservare e capire l’immagine, il che facilita molto il lavoro successivo di analisi. Una foto falsa trasmette spesso un messaggio forte e non interpretabile, perchè il falsario ha uno scopo preciso, creare una falsa reatà, e farà di tutto per centrare il suo obiettivo, senza lasciare spazio ai dubbi. Una foto vera, che rappresenta un istante del mondo reale, ha spesso un certo grado di incompletezza, si presta a discussioni, opinioni diverse, e’ in ultimo, come ogni vicenda umana, complessa, con un certo grado di odiosa ma realistica incoerenza.

Punto 9.   Analisi di luce e ombre. Le ombre devono essere  presenti e coerenti alla direzione della fonte di luce. Prime domande da porsi: interno o esterno? Luce naturale o artificiale? Si tenga presente che il sole e la luce artificiale hanno caratteristiche quasi sempre diverse.  I raggi del sole sono praticamente paralleli e pruducono ombre diverse da quelle di una fonte artificiale e puntiforme, i cui raggi divergono. Avete dubbi sull’ombra proiettata da un soggetto? Cercate di riprodurre la stessa situazione fotografica e procedete a un confronto diretto. Ogni oggetto è visibile perchè è illuminato, quindi ha generalmente una parte più chiara ed una parte in ombra. Consiglio di esaltare il contrasto per separare bene le aree illuminate da quelle in ombra. In una foto bisogna innanzitutto individuare la sorgente di luce ed aiutandosi con delle linee si può capire se la fonte è la stessa per tutti gli elementi della fotografia. Verificare che le ombre presenti nella scena, illuminata da un’unica fonte, siano dello stesso tipo, ossia dure, oppure diffuse dai bordi indefiniti, ecc. Una fonte di luce morbida e vicina al soggetto non può produrre ombre dure, inoltre un oggetto che proietta ombre morbide vicinissimo ad un altro che proietta ombre dure,  e’ incoerente.  Puo’ essere utile triangolare la fonte di luce con  il fotografo  e il  soggetto della fotografia. Nel libro di Dino Brugioni ho trovato anche la seguente analisi: le ombre proiettate dal sole possono indicare mese, giorno e ora dello scatto. Occorre che il soggetto raffigurato sia  all’esterno, con ombre ben visibili proiettate dal sole (per calcolare l’azimuth e l’angolo di elevazione del sole) che iniziano e finiscono dentro l’inquadratura  di una immagine non ritagliata.  Occorre conoscere l’anno e le coordinate della scena raffigurata (longitudine e latitudine).  Si deve vedere l’orizzonte e deve essere noto il nord e può servire conoscere la lunghezza focale in uso durante lo scatto. Con l’azimuth calcoleremo l’ora, e con l’angolo di inclinazione determineremo il mese e il giorno. Verificare la coerenza dei dati emersi con quello che viene riferito ufficialmente. E’ una tecnica che merita approfondimento e che spero di provare e pubblicare tra breve.                                                                                                 

Punto 10.  Controllare la scala dimensionale. Forma e dimensione dei soggetti sono realistiche?  La  prospettiva con la quale sono raffigurate persone e cose sono coerenti con la realtà? Nelle classiche fotografie di gruppo, la prima fila mostra coerentemente soggetti più grandi rispetto alle ultime file e l’uso di un grandangolo esalta questa differenza. Tenere conto dei soggetti ripresi dall’alto o dal basso, sono deformati rispetto ad una ripresa frontale. Con gli obiettivi di lunghezza focale tele, media e grand’angolare, valgono le regole della prospettiva rettilineare, ma con obiettivi molto corti, con angoli di campo molto ampi, aspettatevi aree centrali estremamente rimpicciolite rispetto ai soggetti posti vicino ai bordi dell’inquadratura. I soggetti presenti nella fotografia in analisi che hanno dimensioni note nella realtà, possono essere usati come termine di confronto per stabilire se tutti gli elementi della scena hanno le giuste dimensioni, tenendo conto delle leggi della prospettiva (un oggetto più arretrato rispetto al temine di riferimento, è necessariamente più piccolo).  

Punto 11.   Le linee prospettiche e il punto di fuga  devono essere coerenti per tutti gli elementi della scena. Di solito quasta analisi viene impiegata quando la scena raffigura una stanza quadrangolare o nel caso di un paesaggio urbano. Armatevi si righello e matita, o usate gli strumenti di Photoshop, quindi tracciate le linee prospettiche e il punto di fuga dei soggetti che lo consentono, e verificate la loro coerenza.

Punto 12.  Ricercare elementi  illogici. Cosa vi aspettate di vedere ad agosto in una piazza assolata di Roma alla ore 16.00? Le persone indossano cappotti o magliette a maniche corte?  Un particolare illogico e’ spia di manipolazione, in quel punto e’ avvenuta una modifica e al falsario e’ scappato l’errore.  Alcuni esempi: una scritta senza senso su un cartellone, oppure oggetti mutilati innaturalmente, arti umani che si intravedono in un gruppo, ma privi del corpo, cartelli di cui e’ rimasto solo un pezzo di palo, grossi frammenti di uno sfondo che non centrano nulla con  la foto in esame, bandiere che sventolano in direzione opposta alla direzione del vento (stabilita dall’osservazione di altri elementi),  oppure un soggetto umano in piedi sulla neve che non ha lasciato alcuna impronta intorno a se per giungere sul posto.  Verificare se ci sono ripetizioni seriali di qualche zona o soggetto, perchè non rientra nell’ordine naturale delle cose che, ad esempio, l’immagine di un albero sia perfettamente sovrapponibile ad un altro, nella stessa scena (Il Prof. Hani farid ha sviluppato software specifici per questo tipo di analisi). Anche le anomalie generiche nella tecnica di esecuzione dello scatto sono spia di falsificazione: tempo fa mi capitò di analizzare una fotografia di un reperto archeologico, di cui conoscevo la storia e il contesto  dello scatto, ma l’osservazione obiettiva dell’immagine fece emergere delle anomalie, trovai insolito e sospetto che mancassero riferimenti metrici, che il soggetto fosse inquadrato parzialmente, che non ci fosseto scatti del verso (si trattava di un ammasso di papiri), tutti aspetti contrari alla tecnica della fotografia archeologica.   

Punto 13.  Osservare il contorno dei soggetti sospetti. Un’attenta analisi a forte ingrandimento spesso rivela tracce del vecchio sfondo o imprecisioni nello scontornamento. Purtroppo le immagini manipolate hanno spesso una bassa definizione, voluta per ostacolare o quantomeno rendere dubbio il giudizio. Concentratevi sui contorni del soggetto che si ritiene manipolato, verificate se ci sono bordi troppo sfumati rispetto ai bordi presenti vicino o comunque nella stessa foto (indice del tentativo di nascondere le “cicatrici” del fotomontaggio),  o al contrario parti troppo contrastate, margini troppo netti e geometrici (indice di ritagli grossolani e di sovrapposizione di immagini senza troppa cura), passaggio sospetto di colore o tono diverso da altre zone della fotografia, oppure una strana perdita di definizione con parti offuscate, rispetto ad elementi vicini. In questo tipo di analisi sono utili i cosiddetti “filtri fotografici”, tipo color deconvolution, inversione di colore (trasformare in negativo), scala di grigi, applicazione di forti maschere di contrasto. Insistere sulla ricerca di residui di uno sfondo che non centra nulla con l’immagine in verifica, dovuti ad uno scontorno impreciso e troppo abbondante,  frequente nei fotomontaggi fatti in maniera frettolosa. Controllare attentamente le zone di confine tra un’area ed un’altra, qualsiasi particolare illogico, come un gradino o una rientranza in una linea che dovrebbe essere dritta, è sospetto. Una curiosità: uno dei fotomontaggi  più  praticati è l’applicazione della  testa di un soggetto sul corpo di un altro. Verificare bene e a forte ingrandimento i capelli, che a causa della complessità della loro forma, sono difficili da scontornare con precisione. 

Riporto per completezza due elementi spia di fotomontaggio che ho trovato su internet e riguardanti le tecniche di manipolazione praticate in camera oscura su stampe chimiche: un’area cancellata talvolta e’ sostituita con un elemento con definizione piu’ scarsa;  presenza di un alone che circonda un elemento o un’area sulla quale si è concentrato il lavoro del falsario.   

Punto 14.  Ricercare anomalie nella tecnica di esecuzione dello scatto per evidenziare una eventuale stage photography. I dati exif possono aiutare molto in questa analisi. Lo scopo è quello di verificare se i soggetti raffigurati e il fotografo erano complici di una simulazione organizzata, che si vuole però far credere naturale e spontanea. Cercate di immaginare il fotografo mentre eseguiva quello scatto: in che condizioni ha operato, quale attrezzatura ha usato, che reali possibilità operative poteva mettere in campo? Dino Brugioni nel suo libro “Photo fakery” cita il caso di alcuni filmati della seconda guerra mondiale spacciati per immagini dal vivo, ma la cui tecnica di esecuzione era assai sospetta, per il fatto che il cameraman si trovava nel posto giusto per riprendere perfettamente la caduta di una bomba e la conseguente esplosione, non potendo in realtà prevedere la posizione esatta in alcun modo.  Gli elementi che facevano insospettire Dino Brugioni erano inoltre la perfetta inquadratura e messa a fuoco, tipiche della regia e preorganizzazione della ripresa, mentre le condizioni avverse di un campo di battaglia avrebbero dovuto imporre condizioni di lavoro e operatività molto limitate.  La stage photography non contiene manipolazioni dell’ immagine in postproduzione, le immagini sono originali, non alterate. Tipica la situazione in cui viene impiegato un sosia: non occorre fare alcun fotomontaggio. Il falsario efficace farà in modo di non mostrare il sosia ad una definizione troppo elevata, nascondendo particolari del volto o del corpo utili ad una comparazione fisionomica. 

Punto 15. Verificare la coerenza dei soggetti con le superfici in cui poggiano. Ad esempio i piedi delle persone devono essere coerenti con l’inclinazione o le asperità del terreno, e gli oggetti solidi devono adattarsi realisticamente alla superficie in cui sono appoggiati.

Punto 16.  Verificare la messa a fuoco di tutti gli elementi della scena. La messa a fuoco e’ su un piano solo e la profondità di campo e’ più o meno estesa a seconda del diaframma e dell’ingrandimento del soggetto. Verificare se i soggetti posti su piani molto distanti hanno la giusta e coerente differenza di nitidezza. Attenzione a non confondere la sfocatura con il calo di nitidezza che si potrebbe osservare nei soggetti posti vicino ai bordi dell’inquadratura, dovuto in realtà a difetti ottici frequenti in molti sistemi fotografici (soprattutto con diaframmi molto aperti). Come regola generale la profondità di campo si estende 1/3 prima e 2/3 dopo il piano di messa a fuoco, ad eccezione della macrofotografia, assai più critica sotto questo aspetto. Esiste anche la possibilità di avere di fronte immagini con una nitidezza estesa dal primissimo piano allo sfondo, nel caso che il fotografo abbia usato software di  “hight dinamic focus”, che uniscono più fotogrammi della stessa inquadratura  con regolazioni della messa a  fuoco diverse. Questo genere di software impone che il soggetto sia completamente fermo durante le acquisizioni. Se non si seguono bene le regole dell’hight dinamic focus,  non è infrequente la presenza di piccoli artefatti dopo la fusione. Attenzione a distinguere l’estesa profondita’ di campo di uno scatto in  hight dinamic focus, da una profondità di campo dovuta ad un ridottissimo diaframma (che potrebbe generare perdita di definizione per la diffrazione della luce), oppure da un’immagine prodotta da un sistema basculante (tipo banco ottico, o con un obiettivo tilt and shift) che permette di controllare molto la messa a fuoco e apparentemente estendere la profondità di campo di un soggetto.  E’ stato studiato un  sistema per la videosorveglianza che produce immagini completamente a fuoco su tutti i piani, benche’ il file iniziale appaia tutto sfuocato e vada prima elaborato. Al momento però mi risulta solo a livello sperimentale. Cito in ultimo il caso del foto stenopeico che genera fotografie a definizione non ottimale, ma con la messa a fuoco estesa a tutti i piani.

Punto 17.  Verificare la qualità di tutti gli elementi della scena, che deve essere uniforme sotto l’aspetto del colore e  dominanti cromatiche, contrasto, luminosità, grana e definizione. Se in una foto di gruppo all’aperto, un volto appare incoerentemente meno contrastato, con una evidente dominante verdognola da luce al neon, è lecito supporre che sia un innesto.

Punto 18. Compiere un’ analisi dei riflessi sulle superfici lucide  (compresi gli occhi) che  devono essere coerenti alla fonte di luce per direzione,  forma,  qualità (sorgente puntiforme o ampia e diffusa) e  numero (negli occhi si nota facilmente se la fonte era composta da più punti luce).  Attenzione: le immagini riflesse su qualsiasi superfice lucida, acqua, specchi, ecc., devono essere  invertite specularmente. Un esempio: un riflesso su una superficie lucida in cui si distingue, anche se deformato, il disegno del cielo e comunque di un ambiente esterno, non può trovarsi inserito in un soggetto raffigurato dentro una stanza, quindi è lecito pensare ad un fotomontaggio. Sugli occhi spesso si trovano riflesse molte immagini utili per capire cosa c’era davanti al soggetto. Se la fotografia è fatta all’esterno, sulla pupilla probabilmente si vedrà il riflesso di  una scena deformata ma con la metà superiore molto luminosa,  azzurra o bianca (il cielo) e una parte inferiore scura,  che e’ il terreno. Non di rado si distinguono il numero di persone poste di fronte al soggetto, fotografo compreso. I riflessi poligonali nelle immagini  in contro luce, riproducono il numero di lamelle del diaframma dell’obiettivo utilizzato. Questa informazione può suggerire qualcosa di interessante all’analista. Un riflesso poligonale in cui si distinguono 9 lamelle fanno pensare ad un’ottica di un certo valore, non certamente ad un sistema fotografico “entry level” o ad una compatta. E’ una informazione in più, magari non fondamentale, ma certamente utile.

Punto 19.  Analizzare le aberrazioni cromatiche e pourple franging. Un particolare della foto che non presenta alcuna  aberrazione cromatica, mentre i soggetti vicini ne sono vistosamente affetti,  è sospetto. Posso lecitamente pensare che quel particolare proviene da un’altra fotografia. Normalmente, le aberrazioni sono concentrate sugli elementi periferici dell’inquadratura.  Se sono presenti solo su un lato della foto,  allora si  può supporre che ci sia stato un ritaglio ove sono assenti. Si consideri che anche ritagliare una foto ed eliminare parte del  contesto dell’evento, può stravolgere il significato dell’immagine e dare luogo ad una importante alterazione. 

Punto 20.   Ricercare i difetti dei sensori digitali, che si manifestano sotto forma di  righe, dead e hot pixel,  macchie e puntini di sporcizia (sfuocati).  Sono visibili sull’immagine digitale, contraddistinguono la fotocamera e potenzialmente possono far risalire a chi l’ha in uso.

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