Violati i software di autenticazione di Nikon e Canon, una tragedia per la fotografia scientifica e giudiziaria.

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Una premessa: quando si producono fotografie per un matrimonio non interessa a nessuno che il file sia georeferenziato (uso del GPS) o che sia autenticato tramite apposita impostazione del menù della fotocamera. Francamente si accetta il fatto che il fotografo in post produzione compia modifiche varie, anche l’eliminazione di particolari antiestetici. Al contrario, nel campo della fotografia giudiziaria, riveste particolare importanza garantire che il file immagine non sia stato modificato in nessun modo dopo lo scatto, è un dovere che si ha verso le parti in causa. Questo è un argomento piuttosto tecnico, di cui non si scrive mai nulla nelle riviste di settore, ma risulta determinante quando la fotografia è documentazione scientifica e prova giudiziaria. Nell’articolo già pubblicato in questo blog “Come rendere le vostre fotografie autenticate, sicure e inattaccabili”  ho proposto due strumenti: il GP1 (GPS) e il programma di autenticazione con chiavetta USB, entrambi di Nikon. Non sono pienamente soddisfatto nè dell’uno, nè dell’altro. Nel sito nikon.elcomsoft.com viene dichiarato che il programma di autenticazione è vulnerabile, ossia che è possibile rendere autenticata un’immagine non originale, anzi palesemente contraffatta, infatti ho personalmente scaricato due file immagine prodotti dai tecnici della Elcomsoft, palesemente contraffatti, e sono, purtroppo, risultati autenticati con il software Nikon da me acquistato.

Il programma di autenticazione di Nikon controlla il file e segnala l’avvenuta manipolazione, anche se si tratta di piccoli interventi sulla luminosità, ritagli minimi dell’immagine, o modifiche banali dei dati exif. Bisogna installare l’apposito software sul PC, sbloccarlo con una chiavetta USB fornita in dotazione, e con esso aprire i file fotografici contrasseganti come “autenticati” tramite impostazione del menù della fotocamera (operazione fatta ovviamente prima dello scatto). Sul monitor del PC si apre una schermata chiara e semplice che vi comunica subito se la fotografia è stata modificata o meno dopo lo scatto. Potete ben capire l’importanza di questo strumento, ossia poter dimostrare alle parti di un caso giudiziario (ma non solo) che la documentazione da voi eseguita, fornita tramite DVD o qualsiasi altro supporto, è sicuramente l’originale. Si tenga inoltre presente che nell’attività giudiziaria spesso la documentazione fotografica è un atto irripetibile, perchè inevitabilmente la scena del crimine viene profondamente cambiata dopo le operazioni di sopralluogo. Il fatto di garantire alle parti in causa che nessuno ha messo le mani e modificato la documentazione fotografica, unica memoria storica dell’evento, riveste particolare importanza e il programma di autenticazione sarebbe preziosissimo … se fosse davvero sicuro. Ma è ormai certo che anche un’immagine autenticata può essere modificata e apparire allo stesso tempo pura e intonsa, come l’originale. La notizia della violazione del programma risale al  2010, così almeno si legge sul sito della Elcomsoft.

Per quanto riguarda il GPS, rilevo che è un pò limitato, al chiuso fa molta fatica ad agganciare il satellite e questo è un problema quando si fotografa in un laboratorio, un ufficio giudiziario, o nello studio di un avvocato, perché non ci si può giovare dei preziosi dati UTC (Universal Time Code) con data ed ora (non quelli inseriti arbitrariamente dal fotografo, ma quelli trasferiti dal satellite), oltre alla posizione geografica.

L’autenticazione dello scatto fotografico, se funzionasse bene, eviterebbe lunghe e dispendiose contestazioni, con perizie, controperizie e conseguenti perdite di tempo e denaro. Ovviamente tutto quello che è accaduto prima dello scatto non rientra nelle prerogative di questo strumento. Il software non può stabilire se è stato fotografato un sosia, o se la scena è stata organizzata nei minimi dettagli (stage photography). Ci sono altri metodi per evitare questo genere di contestazioni e ne parlo sempre nell’articolo “Come rendere le vostre fotografie autenticate, sicure e inattaccabili”.

Non si può rinunciare ad un’arma così preziosa. Pensate a quante volte una fotografia o una video ripresa hanno fatto la storia o sono stati determinanti in un processo. Il sistema di autenticazione, sia di Canon che di Nikon, dovrebbe liberare il campo da qualsiasi sospetto sull’originalità, affinché nessuno possa dire che si tratta di un fotomontaggio o che data ed ora sono false. Io stesso ho contattato Canon Italia e Nital per avere informazioni in merito, e sono stato informato da Canon Italia (il 20 aprile 2012) che il suo sistema di autenticazione semplicemente non è più commercializzato, se si escudono le copie rimaste presumibilmente in alcuni negozi. Il negoziante che mi ha venduto il software di Nikon, Foto De Angelis di Ancona, si è dimostrato attento e disponibile, e durante la sua visita al Photo Show di Roma, terminato il 2 aprile u.s., ha avuto modo di parlare della violazione con i tecnici Nikon e mi ha poi cortesemente richiamato sul cellulare. E’ emerso che Nikon ha ben presente il problema, ma che al momento non è stato risolto e comunque considera confermata la validità del software come “primo livello di sicurezza”, forse intendendo che anche altri metodi e comportamenti concorrono alla certificazione dello scatto, come ho scritto nel mio articolo sulla certificazione delle fotografie.

Credo che il problema dell’autenticazione non risieda solo nella produzione di un software più potente, occorre un qualcosa di diverso, un metodo, un’astuzia nella procedura, nei vari passaggi che iniziano dopo lo scatto con l’assegnazione di un algoritmo e via dicendo, che renda impossibile aggirare il sistema e in ultimo ingannarlo. Ho già sensibilizzato sull’argomento un paio di tecnici informatici. Chi arriva a trovare la soluzione, avrà davvero contribuito alla credibilità del fotogiornalismo e delle innumerevoli fotografie scatate dalla polizia scientifica di tutto il mondo. La sfida è aperta a tutti.


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Gheddafi post mortem… dubbi e confronti fisionomici.

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Attenzione! Il seguente articolo contiene immagini cruente. 

Sia la morte di Gheddafi che quella di Osama Bin Laden sono state accompagnate dal proliferare su internet di clamorosi fotomontaggi. Il fenomeno non poteva che essere oggetto di analisi di questo blog. Perchè vengono prodotti questi fotomontaggi? Potrebbe trattarsi semplicemente di uno scherzo alquanto cinico, o il modo più veloce per fare qualche soldo con una immagine molto richiesta, oppure la convinzione di qualche redattore che una tale notizia non possa uscire senza un’ immagine a corredo, anche quando non esiste. In ultimo si potrebbe ipotizzare che le immagini servano a dare credito ad un evento costruito, mai avvenuto nei termini in cui viene presentato, ma forse in questo caso si sarebbe investito un pò di più nella qualità dei fotomontaggi. Qui sotto ho riportato un’ immagine di Gheddafi subito smascherata dagli analisti del Web (che io invidio molto per la velocità d’azione). Notate i capelli semitrasparenti sulla parte destra del collo (per chi guarda la foto) e l’incoerente illuminazione del viso rispetto alla luce che investe la mano. Il volto riceve luce dal lato destro (per chi osserva la foto) e dall’alto, mentre la mano è illuminata unicamente da un flash e leggermente dal basso, come si evince dall’osservazione dell’originale.

Fotomontaggio.

Confronto con l'originale.

La fotografia del miliziano morto, riportata qui sopra a destra, è stata scaricata da techden.info/index.php/exclusive-real-osama-bin-laden-dead-photo-photos-of-dead-osama-bin-laden/ e viene presentata come parte di una documentazione fatta nell’edificio in cui è stato ucciso Osama Bin laden e riporta infatti la data impressa “02 may 11”. Il volto di Gheddafi sembra invece prelevato da una sequenza di scatti eseguiti durante la visita in Italia del 2009 di cui riporto un fotogramma qui sotto a destra. Su Internet si trova la stessa comparazione ma con maschere bianche che coprono occhi e bocca.

Sul volto di Gheddafi-fotomontaggio sono stati probabilmente innestati gli occhi del miliziano, con qualche piccola modifica e adattamento, e le macchie di sangue sulla bocca. Per il resto, nonostante la bassissima definizione, vi è buona corrispondenza con il Gheddafi originale del 2009, a destra, in cui la direzione della luce e le ombre prodotte sui rilievi della pelle del collo e della guancia sembrano dare sufficiente conferma. Anche se non fosse stato usato proprio quel fotogramma, molto probabilmente è stato usato uno scatto eseguito nello stesso luogo e durante lo stesso evento.

Una strana coincidenza: nel seguente fotomontaggio di Bin Laden è stato usato il corpo dello stesso miliziano, raffigurato in un altro fotogramma della stessa sequenza dalla quale è stato prelevato il corpo per il fotomontaggio di Gheddafi. Ci sono alcuni elementi corrispondenti come la forma della macchia di sangue sul pavimento (ciò che rimane dopo la sovrapposizione di un’ampia ombra), la forma della mano sul petto, e alcune pieghe del vestito. Sono state fatte molte aggiunte, la definizione è bassissima, ma le corrispondenze non possono essere un caso.

Ma ora passiamo ad un’altra fotografia pubblicata subito dopo la morte di Gheddafi. Il corpo è adagiato su una barella, si vedono bene la parte sinistra del volto, l’orecchio e parte del busto. La persona raffigurata assomiglia molto a Mu’ammar Gheddafi, anche se sembra più giovane, ha anche il pizzo e i baffi nello stile che eravamo abituati a vedere nelle sue apparizioni pubbliche.

Su Internet si discute molto sull’autenticità di questo scatto, alcuni sostengono che si tratta in verità di Ali Majid al Andalus, un sosia di Gheddafi detto “Ahmid”. Se così fosse, saremmo di fronte ad un fulgido esempio di “false o errate informazioni correlate”, in cui l’inganno o l’errore si concretizza fornendo un’ identità diversa del soggetto, ma senza fotomontaggi. Chi ha eseguito lo scatto, è bene precisarlo, è totalmente escluso da sospetti o accuse, e nessuno mette in dubbio la buona fede di un fotografo che ha semplicemente ripreso un soggetto presentato come Gheddafi, fornendo inoltre particolari interessanti per stabilire la verità.

Pare che il leader libico si avvalesse di alcuni sosia. Leggenda o realtà? Uno di questi compare su Internet e lo riporto qui sotto, benchè sia esplicitamente specificato che non si tratta di “Ahmid”.

Dino Brugioni, l’analista della C.I.A. autore del libro “Photofakery”, descrive alcuni accorgimenti usati per impedire che un sosia sia smascherato: nelle fotografie ufficiali indossa spesso colletti alti, occhiali, cappelli, per nascondere o dissimulare paricolari identificativi. Il resto lo fa l’abbigliamento tipico del personaggio da imitare, il modo di comportasi, lo stesso colore e taglio di capelli, e tutto il contorno cerimoniale di accompagnatori, guardie del corpo, ecc.

La fotografia del cadavere di Gheddafi mi permette di trattare l’argomento delle comparazioni fisionomiche e di come l’orecchio umano possa servire ad identificare una persona se si riesce a fare un confronto con fotografie dello stesso soggetto, in cui si vede bene lo stesso orecchio. In ambiente giudiziario questa tecnica è ben nota, infatti nei cartellini foto-segnaletici, oltre alle impronte digitali e palmari, compare il volto ripreso frontalmente e il profilo destro, non solo per documentare la forma della fronte, del naso e del mento, ma anche per fissare la forma e le caratteristiche dell’orecchio, ottimo indice di identità. E’ bene precisare che l’orecchio umano con il passare degli anni tende a crescere (anche del 20%) o meglio a “cadere” ed estendersi verso il basso, come altre parti del volto. Ma la forma rimane uguale. Una persona che in giovane età ha un elice quadrangolare (il bordo superiore dell’orecchio), non può crescendo sviluppare un elice rotondeggiante, salvo incidenti o interventi di chirurgia. Di seguito ho ingrandito e raddrizzato l’immagine in argomento in cui l’orecchio ha una definizione sufficiente per tentare il confronto con fotografie ufficiali del profilo sinistro di Gheddafi.

Il primo limite è costituito dal fatto che la ripresa non è perfettamente ortogonale e bisogna considerare un minimo grado di deformazione prospettica della forma dell’orecchio, inoltre la definizione della fotografia scaricata da Internet non è sicuramente quella originale, benchè raggiunga i 4 MB circa. Il secondo problema è costituita dal fatto che il leader libico era solito portare i capelli lunghi o un copricapo che nascondevano quasi interamente l’orecchio. Non è per niente facile reperire fotografie recenti che raffigurino l’orecchio sinistro di Gheddafi, ma una sua immagine del 1969 in bianco e nero di modesta risoluzione, sembra offrire qualche base per un confronto. La riporto qui sotto.

Ora osservate il confronto tra l’orecchio tratto dalla fotografia ufficiale del 1969 e quello del cadavere. Non sembrano coincidere: nella fotografia del 1969 l’antelice appare danneggiato con caratteristiche a mio avviso rare e molto identificative. Ma occorre non farsi troppe illusioni di aver risolto il caso, perchè altre immagini “ufficiali” di Gheddafi non evidenziano le stesse caratteristiche.

In alto Gheddafi nel 1969, più in basso il presunto cadavere.

La faccenda si complica ulteriormente perchè ho trovato su Internet un altro fotogramma eseguito sicuramente nella stessa circostanza (coincidono infatti vari particolare dell’ambiente e della folla) ma misteriosamente datato 1972 (tratto da http://www.20minutes.fr/monde/diaporama-1730-photo-687844-mouammar-kadhafi-fin-dictature). Questo scatto ha un contrasto dal sapore artefatto e vagamente propagandistico, con segni sospetti di manipolazione in alcuni punti, ma la cosa che mi ha colpito di più è che contiene un orecchio dall’antelice apparentemente integro…

Anche altri scatti storici mostrano un orecchio con l’antelice integro.

Con il presidente egiziano Nasser.

Un comizio del 1973.

A questo punto potete ben capire i limiti di un confronto basato su immagini scaricate da Internet, quando non si hanno dati certi sull’origine e si lavora con file a bassa definizione. L’errore o l’inganno sono sempre in agguato. La fotografia del cadavere è verosimilmente uno scatto non alterato, il problema è che alcuni mettono in dubbio l’identità del soggetto, quindi, per un confronto fisionomico convincente, in primis, si dovrebbe accedere alla sequenza di scatti originale eseguita sul cadavere. Non dimentichiamo che la salma è stata esposta e avvicinata da molte persone e fotografata, presumo, non solo con cellulari ma anche con vere macchine fotografiche di qualità superiore. Occorrono immagini ad alta definizione con un minimo di garanzia di autenticità, file originali, qualche informazione sull’autore, nessun ritaglio o alterazione, possibilmente inserite in una sequenza di scatti eseguita dallo stesso fotografo e con la stessa fotocamera. Inoltre la salma è stata a disposizione delle autorità libiche e normalmente viene fatta almeno una ricognizione cadaverica, se non una vera e propria autopsia, in cui il personale sanitario di solito esegue una documentazione fotografica. Il secondo passo è quello di reperire da fonti affidabili, agenzie di stampa, archivi privati o agenzie di stock, fotografie recenti del leader libico, originali ad alta definizione, in cui ovviamente sia ben visibile il volto e l’orecchio sinistro (anche il destro, se fosse reperibile un buon profilo destro del cadavere). Muammar Gheddafi è stato leader politico per più di 40 anni ed è stato fotografato migliaia di volte. In mancanza di fotografie recenti, che sarebbero l’optimum, anche sequenze di scatti più datati potrebbero fornire interessanti elementi di confronto. Penso ad esempio alla visita che il leader libico fece nel 1973 al presidente francese Georges Pompidou, di cui riporto uno scatto che evidenzia un Gheddafi dai capelli corti, molto probabilmente fotografato in quell’occasione molte volte e anche di profilo. Per ora le mie ricerche nell’archivio Getty Images hanno dato esito negativo, ma sono certo che da qualche parte esistono fotografie utili al confronto.

Mu'ammar Gheddafi a Parigi nel 1973.

Il caso è ancora aperto e sarebbe interessante dirimere almeno la questione dell’orecchio sinistro. Se si riuscisse a reperire altre immagini del cadavere visto frontalmente, di buona qualità, si potrebbe tentare anche un confronto fisionomico usando punti fissi del volto. Chi volesse aggiungere informazioni sull’argomento, la mia mail è presente nella sezione contatti.

Un test per stabilire se una fotografia è vera o falsa.

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TEST   DI   AUTENTICITA’

Il test di autenticità proposto in questo blog consiste in una lista di accertamenti da compiere su una fotografia sospetta.  E’ diviso in due parti:  la prima fase  mira a rintracciare la maggior quantità possibile di informazioni sulla storia della fotografia in esame, allo scopo di far emergere eventuali contraddizioni con quello che appare o viene raccontato ufficialmente sull’identità dei soggetti, data, luogo, autore, modalità di scatto, ecc.;  mentre la seconda fase consiste nell’osservazione diretta dei particolari dell’immagine fotografica e nella ricerca di eventuali anomalie, ad esempio nella proiezione delle ombre, nelle proporzioni di un oggetto, nella presenza di uno  scontornamento impreciso, ecc.

Alcune premesse. Chi sottopone al parere dell’analista una immagine sospetta, vorrebbe sentirsi dire senza mezzi termini che una fotografia è vera o falsa,  ma questo molto spesso non è possibile. Ad esempio, quando la fotografia in verifica è di scarsa qualità o al suo interno sono raffigurati pochi elementi da valutare, si è costretti a esprimere un giudizio con riserva. Questo aspetto potrebbe anche essere un punto di forza per il falsario, ossia l’impossibilità di compiere un esame approfondito. Bisogna anche specificare che non tutte le alterazioni corrispondono ad un inganno, è il caso ad esempio dell’intervento in post produzione su una parte della fotografia che non coinvolge il soggetto principale, ma solo lo sfondo o elementi di poco conto, modificati per meri motivi estetici. L’analista può farne menzione, specificando che non stravolge il significato dell’immagine.

Talvolta la committenza ha già una teoria sulla fotografia in esame e più o meno consapevolmente cerca da voi solo una conferma, quindi c’è sempre il rischio di farsi influenzare. Per ovviare a questo problema, prendetevi il tempo necessario, seguite tutti i punti del presente test e soprattutto evitate giudizi preliminari espressi oralmente. Comunicate il vostro giudizio con una relazione scritta, corredata di fotografie esplicative e non abbiate fretta di segnalare un elemento anomalo, anche se vi pare molto evidente, perchè potrebbe rivelarsi genuino con un esame più approfondito. Può capitare anche di dover analizzare una fotografia senza che venga fornita dalla committenza alcuna informazione sulla storia dell’immagine per preservare una sorta di garanzia di imparzialità, oppure, se viene suggerito un soggetto sospetto all’interno dell’immagine, non si può escludere che la committenza fornisca informazioni incomplete o errate, quindi si consiglia di eseguire comunque un esame di base su tutti gli elementi della scena, alla ricerca delle più comuni incoerenze e tracce di manipolazione (direzione della luce, ombre, scala dimensionale dei soggetti, esame dei bordi alla ricerca di imperfezioni nello scontornamento e residui del vecchio sfondo).

Se gli elementi a disposizione per valutare l’immagine sono troppo pochi o di qualità estremamente bassa, rinunciate all’analisi.  Ad esempio, una fotografia di piccolo formato, il cui soggetto appare indefinito o sfuocato e immerso in un contesto con pochissimi particolari, verrà prudentemente classificata come “non periziabile”, specificando  “dati insufficienti per l’analisi”.

E’ utile fare un diario dell’analisi, ogni passaggio dell’indagine va registrato. Segnatevi date ed orari dei vostri incontri ed i nomi delle persone o delle ditte che contattate per avere informazioni su un certo elemento della fotografia. Se chiedete dati merceologici o di un qualsiasi altro settore, cercate di ottenere risposte scritte e documenti ufficiali. Ricordate che molto spesso l’autore o il divulgatore della falsa fotografia negherà spudoratamente tutto, anche le prove scientifiche e farà di tutto per sminuire il vostro lavoro di analisi. Aspettatevi scorrettezze e colpi bassi, quindi tutto quello che scrivete deve essere dimostrato e inattaccabile. Il vostro lavoro termina con la consegna di una relazione tecnica corredata di immagini esplicative. Una regola fondamentale: chi legge la relazione spesso non ha conoscenze approfondite di analisi dell’immagine, conseguentemente tutto ciò che scrivete e illustrate deve essere chiaro e semplice, con descrizione di tutti i passaggi che portano ad una dimostrazione scientifica. Le parti in causa devono capire e valutare la correttezza del metodo di lavoro da voi usato. Prossimamente inserirò una traccia di relazione tecnica, suggerendo cosa scrivere ed in che modo (con indicazione chiara del quesito, strumenti e metodo utilizzati, ecc.).

Propongo 4 giudizi standard da inserire nella eventuale relazione tecnica.

1-Fotografia falsa che non rappresenta la realtà. La fotografia ha subito modifiche importanti (specificare quali), o ricade in casi eclatanti di stage photography o false informazioni correlate (vedi articolo sulle nozioni di base). Nulla vieta di usare anche altre formule, ad esempio: “profondamente modificata, manipolata”, ecc.

2-Fotografia autentica che rappresenta la realtà, priva di alterazioni, verificata anche sotto l’aspetto della ricostruzione storica e del contesto, ritenuti autentici.  Non dare troppo peso alla presenza  di semplici modifiche nei parametri estetici, quali luminosità, contrasto, bilanciamento cromatico, nitidezza, che non hanno stravolto il significato o l’aspetto di persone o cose raffigurate.

3-Immagine priva di alterazioni nella quale non sono stati evidenziati fotomontaggi, o altre modifiche importanti, l’analisi però risulta limitata dal numero o dalla qualità non ottimale degli elementi da valutare, o non è stato possibile approfondire la storia della fotografia.  Ad esempio, consiglio di usare questo giudizio quando non è possibile risalire con certezza all’autore, alla data, al luogo esatto dello scatto, quando sussiste un ragionevole dubbio che si tratti di stage photography o false informazioni correlate  (ma non prove eclatanti).  Si tratta di un giudizio di autenticità con riserva. Ricordo un’analisi effettuata dal Prof. Balossino al quale venne chiesto un parere su alcune vecchie fotografie in bianco e nero scattate durante una presunta spedizione sul monte Ararat, alla ricerca della nota Arca del diluvio. Il Prof. Balossino, durante una trasmissione televisiva, argomentò che le immagini, pur non evidenziando manipolazioni, potevano però riferirsi ad un qualsiasi altro luogo montagnoso, non essendoci alcun elemento utilizzabile per un confronto certo con la geografia del monte Ararat.

4-Fotografia non periziabile per gravi carenze qualitative e/o mancanza di un numero sufficiente di elementi utili all’analisi. Rispetto al punto precedente, la carenza qualitativa e quantitativa degli elementi della scena è di un livello tale da compromettere del tutto l’analisi. Quest’ ultimo giudizio ha un peso importante perché una fotografia non periziabile, di bassa qualità, non ha comunque peso probatorio e non può essere usata per dimostrare alcuna reatà.

IL TEST

PRIMA FASE: raccogliere informazioni approfondite sulla fotografia in verifica.

Punto 1. Ricostruire la storia della fotografia in verifica, raccogliere informazioni approfondite sul soggetto, sul contesto della fotografia, sia utilizzando i dati forniti da chi pubblica o comunque conosce le circostanze dello scatto, sia tramite deduzioni e approfondimenti personali. Ricostruire o rintracciare la data dello scatto, il luogo, l’autore, chi sono i soggetti, indagare il perche’ è stata fatta la fotografia. Lo scopo è quello di far emergere eventuali incongruenze, spia di falsificazione.

Punto 2.  Se necessario, per capire a fondo l’immagine, chiedere il parere di un esperto del soggetto raffigurato, del lavoro che vi si svolge, degli elementi presenti, ecc. Se ad esempio l’immagine mostra una grossa imbarcazione e non avete conoscenze di quel settore, contattare un esperto di navigazione, mostrategli  l’immagine per stabilire se ci sono incoerenze e in generale per avere le idee chiare sull’immagine in verifica.  

Punto 3.  Analisi merceologica della eventuale stampa. Studiare il supporto cartaceo e stabilire la tecnica di stampa (da diapositiva, da negativo, sublimazione, ink-jet, laser, litografia, ecc.). Esame ad occhio del livello di invecchiamento, alla ricerca di segni di usura, ingiallimenti del supporto e slittamenti cromatici dell’immagine. Verificare la presenza della cosiddetta “deriva chimica”, ossia alla colorazione rossiccia dei bordi delle stampe chimiche dei minilab, che compare e aumenta con l’invecchiamento.  Rilevare la marca stampata sul retro, approfondendo il significato di particolari simboli e logo. Le fabbriche produttrici di un marchio generalmente non hanno problemi a fornire informazioni aggiuntive, come ad esempio il periodo di commercializzazione. Lo scopo di queste indagini è sempre quello di far emergere dati obiettivi da confrontare con quello che viene riferito ufficialmente sulla fotografia in esame e smascherare eventuali bugie. La grana di un negativo, riprodotta per proiezione sulla stampa, rivela talvolta il tipo di pellicola e l’epoca di commercializzazione. Molto importante la data che spesso viene impressa dai minilab sul retro delle stampe, ma essa indica solo il momento della stampa e non necessariamente una data prossima allo scatto. Vi sono anche esami chimici molto specialistici che ho appreso dalla lettura del libro di Dino Brugioni, “Photo fakery”. Li riporto per completezza, ma non ne ho esperienza diretta:  prelievo  di un pezzetto di carta da stampa che viene dissolto per  stabilire cosa contengono le fibre e di che tipo sono;   esame ai raggi X alla ricerca di minerali;  esame del ph per stabilire se la carta è stata fatta con un procedimento acido o alcalino; analisi attraverso la spettroscopia infrarossa di estratti della carta fatti con solventi,  per  rivelare la presenza di leganti organici e stabilire quali sono, in quanto danno indicazione sul periodo di produzione; esame delle fibre organiche con il carbonio 14. E’ un buon punto di partenza reperire una stampa o un film  coevo, sicuramente autentico e dello stesso tipo (marca, formato, tecnica di stampa) per fare i confronti.                                                  

Nel caso si abbia a disposizione la pellicola  originale di una fotografia,  l’analisi merceologica dovrebbe comprendere:  verifica di marca, formato, codici presenti sui bordi che indicano il lotto e gli ISO. Controllare sul negativo l’immagine che deve essere, anche se di poco,  più estesa rispetto alla stampa. E’ noto infatti che le stampe riproducono un’ immagine meno estesa rispetto a quella presente nella pellicola a causa delle maschere marginatrici dei laboratori; controllare che la grana sia uniforme in tutta la scena per grandezza e distribuzione. Verificare la presenza di altri scatti prima e dopo il fotogramma in verifica, la cosiddetta “sequenza”,  e valutare il loro contenuto per trarre informazioni, indizi, e stabilire se c’è coerenza (soprattutto temporale) con le informazioni fornite e con il contenuto del fotogramma in verifica (vedi punto 5). La macchina fotografica analogica trascina il rullino e talvolta lascia graffi e segni che sono tipici di quella fotocamera, dovuti alla cornice della finestra attraverso la quale viene esposto il rullino e contro la quale e’  premuto e trascinato. In un articolo che ho letto sul sito della Nital, distributore di Nikon per l’Italia, ho appreso che alcuni fotografi avevano l’abitudine di incidere delle tacche lungo le cornici delimitatrici di formato della propria fotocamera, che lasciavano passare la luce e diventavano dei segmenti neri sul bordo del negativo. Ogni cornicetta, comunque, ha una sua particolare forma, differente da fotocamera a fotocamera, anche se di poco,  che in alcuni punti può presentare delle piccole rientranze, o dei bordi leggermente sfrangiati, che si fissano poi indelebilmente, e nello stesso modo seriale,  sul negativo. I dorsi Hasselblad per pellicola vengono prodotti con due  triangolini che  rimangono impressi su un lato del fotogramma.

Dino Brugioni, nel suo libro “Photo fakery”, insegna le seguenti tecniche di analisi della pellicola: considerare i dati di fabbrica impressi sul bordo ed all’inizio del film, che facilmente indicano la data di produzione del lotto; il valore  ISO (esisteva nell’anno presunto di esecuzione dello scatto?); granularità, risoluzione dell’immagine; curve sensitometriche dell’immagine che indicano se la pellicola è  morbida o contrastata;  velo di base tipico di quella pellicola; tinta della pellicola  (per il negativo colore tutti ricordano la tinta rossiccia); presenza di strato antiriflesso (esisteva nell’anno presunto di scatto?); residui chimici del trattamento di sviluppo. Ricordate che la grana sulla stampa è la riproduzione di quella del negativo.

Sempre dal libro di Dino Brugioni ho ricavato la tecnica di analisi  di George Lacy riguardante un  negativo, si tratta di esami molto specialistici:  esame macroscopico e microscopico su tutti e due i lati della pellicola; esame microscopico usato per scoprire ritocchi fatti direttamente sulla pellicola; esame microscopico usato per evidenziare disturbi o anomalie dell’emulsione dentro o intorno all’area che si presume alterata; esame UV per evidenziare tracce e inquinanti chimici depositati in una certa area durante il trattamento; esame infrarosso per evidenziare se ci sono stati ritocchi, sempre su tutte e due le faccie della pellicola; esami approfonditi per evidenziare la sovrapposizione di due negativi o una doppia esposizione; un eventuale macchia di densità, per infiltrazione di luce, può avvenire durante lo sviluppo, ma e’ raro che coinvolga solo un fotogramma; verificare che siano state usate tecniche e materiali idonei e conosciuti per lo sviluppo; comparazione della densità sulla pellicola, delle aree considerate fasulle con la densità delle altre aree dell’immagine (densità delle alte luci, dei neri, che devono essere in armonia in tutta la scena del fotogramma).  Attenzione alla presenza del codice dx sul rullino e sul bordo della pellicola che è stato introdotto dal 1989, quindi su uno spezzone antecedente non deve comparire (fonte Sergio Namias di Progresso Fotografico).  Anche per le pellicole, non escludere un esame dei chimici residui.

Punto 4.    Analisi dei dati exif. Data e ora di scatto sono contenuti nei dati UTC (Universal Time Code) se in uso il GPS, in caso contrario, si consideri che la data e l’ora sono impostabili dal fotografo attraverso il menù della fotocamera e sono da prendere con il beneficio del dubbio. Verificate se le condizioni atmosferiche di quel dato giorno, desunte da fonti certe, coincidono con le stesse che si vedono nell’inquadratura. I dati Exif contengono anche  marca e modello della fotocamera, tempi e diaframmi usati per lo scatto e varie altre impostazioni, come l’uso del flash, gli ISO, la focale dell’obiettivo, il formato del file, ecc. Se i dati exif rivelano l’uso di una fotocamera che non esisteva all’epoca riferita dello scatto, la foto è fortemente sospetta, a meno che la suddetta macchina fotografica non sia stata usata per la riproduzione su stativo di una stampa originale. Tutti i dati devono essere coerenti con l’ambiente della fotografia: se è raffigurato un interno con luce artificiale e di intensità bassa, di tipo domestico, lo scatto non può avere  ISO bassi, tempi veloci e diaframmi piccoli.  Prestare attenzione alla focale dell’obiettivo, se l’immagine appare ripresa con un grandangolo, ma nei dati exif risulta, ad esempio, un’ottica 100mm macro, siamo di fronte ad una discrepanza molto sospetta e probabilmente dovuta ad una riproduzione fotografica, passaggio chiave di molti fotomontaggi.

Il software jpgsnoop è molto utile per estrarre dati exif  e avere una prima indicazione se il file immagine è stato modificato. Indica anche il software usato per l’editing.

Punto 5.   Ricercate  la sequenza di fotografie dello stesso evento, scattate  prima e dopo, sia dalla stessa fotocamera, sia proveniente da altri fotografi. L’analisi delle immagini eseguite prima e dopo lo scatto sospetto, anche scattate da altri fotografi nella stessa circostanza, può fornire informazioni interessanti, ma attenzione, nulla esclude che anche gli scatti prima e dopo siano stati manipolati o più facilmente eseguiti in “stage photography”,  per dare credibilità allo scatto principale, perno della truffa. Verificare che i file della stessa sequenza fotografica seguano una numerazione logica e che i fotogrammi abbiano lo stesso numero di pixel. La fotocamera che uso abitualmente produce sempre fotografie di 4256 x 2832 pixel, se una foto della sequenza viene ritagliata, noterete un file, per esempio, di 3200 x 1250. Nel caso si abbiano poche informazioni, considerate anche la ricerca e lo studio di altre fotografie dello stesso soggetto, fatte in periodi più lontani, anche da altri e del solo ambiente senza persone. Possono, malgrado tutto,  far emergere particolari utili alla valutazione dell’immagine in verifica.  

Punto 6.  Ricostruire e annotare come ed in che condizioni e’ stata fatta la foto a livello tecnico, posizione della fotocamera, tipo di attrezzatura,  focale, uso o meno del flash che introduce un piccolo riflesso caratteristico nelle parti riflettenti della scena (anche gli occhi dei soggetti umani), tempi e diaframmi. Tutti questi elementi devono essere coerenti con il soggetto e le modalità (riferite) dello scatto. Lo scopo è sempre quello di far emergere eventuali incoerenze  con le informazioni “ufficiali” che accompagnano la fotografia.  Siate pignoli, verificate tutto, se c’è qualcosa che non vi convince, insistete. Ricordate che la produzione di un buon falso fotografico è una attività alquanto complessa, in cui è molto probabile che venga commesso qualche errore. Ad esempio, un soggetto chiaramente in movimento, ma fissato nitidamente, deve essere coerente con la giusta disponibilità di luce ed un tempo di scatto brevissimo, in  caso contrario potrebbe trattarsi di una riproduzione su stativo di una stampa  e non di uno scatto originale in presa diretta.

Punto 7.  Chiedere esplicitamente se la fotografia è originale o una riproduzione, e quali eventuali ritagli o altre modifiche sono state fatte. Questa domanda va rivolta a chi fornisce o pubblica la fotografia in verifica. Chi è in buona fede dovrebbe dichiararlo tranquillamente. Stesso discorso in caso di stampe da pellicola o da file: chiedere se provengono da un originale o piuttosto da una riproduzione fotografica di un’altra stampa, che è un passaggio chiave della falsificazione e comporta spesso una perdita di informazioni (riduzione dei bordi).  Ovviamente mettete in conto anche una bugia, ma non trovatevi nella scomoda posizione di chi si sente dire successivamente   “… non te l’ho detto perché  non me l’ hai chiesto!”. Non aver timore di chiedere alla committenza quale elemento si ritiene estraneo, incoerente, e se qualche altro particolare di minore importanza e’ stato a suo parere aggiunto, sottratto, o solo modificato. La domanda può sembrare insolita, ma chi vi sottopone la fotografia è spesso a conoscenza di circostanze che voi ignorate. La ricerca di fotomontaggi  è una attività complessa  e se possibile è meglio ridurre il campo e concentrarsi  sulle parti di vero interesse.

Punto 8.  Analisi con software specifici alla ricerca di alterazioni dell’immagine. Il Prof.  Hani Farid e collaboratori hanno messo a punto vari software di analisi in grado di evidenziare, ad esempio, il reale modello di fotocamera, desunto dal tipo di compressione informatica del file. Ma il più interessante rimane il software che il Prof. Farid ha sviluppato per evidenziare parti clonate  presenti più volte nella stessa inquadratura.

Il suo sito: http://www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Research/Research.html

Come operazione preliminare è sempre utile aprire il file immagine con jpegsnoop per verificare se si tratta di un originale o una copia già aperta e salvata con un  software di elaborazione, tipo Photoshop.

SECONDA FASE: analizzare a fondo l’immagine fotografica. 

Prima di analizzare l’immagine nel datteglio, è opportuno avere le idee chiare su cosa si sta osservando, perchè non sempre la scena ci trasmette un messagio chiaro, mentre le informazioni correlate potrebbero essere molto scarse (se non false…). Indagate i seguenti aspetti: che rapporto ha il fotografo con il soggetto? Le persone raffigurate sono consapevoli di essere riprese o danno l’impressione di non considerare la presenza del fotografo? Chi sono e cosa fanno le persone raffigurate e perchè sono in quel luogo? Qual’ e’ l’elemento più  importante sul quale si è concentrato il fotografo?  Quale messaggio vuole trasmettere?  A quale genere appartiene lo scatto: cerimonia, giornalismo, ritratto in posa, ambiente giudiziario (tipo foto segnaletiche), documentazione scientifica, archeologica? Tutto questo va oltre la raccolta di dati, si tratta di osservare e capire l’immagine, il che facilita molto il lavoro successivo di analisi. Una foto falsa trasmette spesso un messaggio forte e non interpretabile, perchè il falsario ha uno scopo preciso, creare una falsa reatà, e farà di tutto per centrare il suo obiettivo, senza lasciare spazio ai dubbi. Una foto vera, che rappresenta un istante del mondo reale, ha spesso un certo grado di incompletezza, si presta a discussioni, opinioni diverse, e’ in ultimo, come ogni vicenda umana, complessa, con un certo grado di odiosa ma realistica incoerenza.

Punto 9.   Analisi di luce e ombre. Le ombre devono essere  presenti e coerenti alla direzione della fonte di luce. Prime domande da porsi: interno o esterno? Luce naturale o artificiale? Si tenga presente che il sole e la luce artificiale hanno caratteristiche quasi sempre diverse.  I raggi del sole sono praticamente paralleli e pruducono ombre diverse da quelle di una fonte artificiale e puntiforme, i cui raggi divergono. Avete dubbi sull’ombra proiettata da un soggetto? Cercate di riprodurre la stessa situazione fotografica e procedete a un confronto diretto. Ogni oggetto è visibile perchè è illuminato, quindi ha generalmente una parte più chiara ed una parte in ombra. Consiglio di esaltare il contrasto per separare bene le aree illuminate da quelle in ombra. In una foto bisogna innanzitutto individuare la sorgente di luce ed aiutandosi con delle linee si può capire se la fonte è la stessa per tutti gli elementi della fotografia. Verificare che le ombre presenti nella scena, illuminata da un’unica fonte, siano dello stesso tipo, ossia dure, oppure diffuse dai bordi indefiniti, ecc. Una fonte di luce morbida e vicina al soggetto non può produrre ombre dure, inoltre un oggetto che proietta ombre morbide vicinissimo ad un altro che proietta ombre dure,  e’ incoerente.  Puo’ essere utile triangolare la fonte di luce con  il fotografo  e il  soggetto della fotografia. Nel libro di Dino Brugioni ho trovato anche la seguente analisi: le ombre proiettate dal sole possono indicare mese, giorno e ora dello scatto. Occorre che il soggetto raffigurato sia  all’esterno, con ombre ben visibili proiettate dal sole (per calcolare l’azimuth e l’angolo di elevazione del sole) che iniziano e finiscono dentro l’inquadratura  di una immagine non ritagliata.  Occorre conoscere l’anno e le coordinate della scena raffigurata (longitudine e latitudine).  Si deve vedere l’orizzonte e deve essere noto il nord e può servire conoscere la lunghezza focale in uso durante lo scatto. Con l’azimuth calcoleremo l’ora, e con l’angolo di inclinazione determineremo il mese e il giorno. Verificare la coerenza dei dati emersi con quello che viene riferito ufficialmente. E’ una tecnica che merita approfondimento e che spero di provare e pubblicare tra breve.                                                                                                 

Punto 10.  Controllare la scala dimensionale. Forma e dimensione dei soggetti sono realistiche?  La  prospettiva con la quale sono raffigurate persone e cose sono coerenti con la realtà? Nelle classiche fotografie di gruppo, la prima fila mostra coerentemente soggetti più grandi rispetto alle ultime file e l’uso di un grandangolo esalta questa differenza. Tenere conto dei soggetti ripresi dall’alto o dal basso, sono deformati rispetto ad una ripresa frontale. Con gli obiettivi di lunghezza focale tele, media e grand’angolare, valgono le regole della prospettiva rettilineare, ma con obiettivi molto corti, con angoli di campo molto ampi, aspettatevi aree centrali estremamente rimpicciolite rispetto ai soggetti posti vicino ai bordi dell’inquadratura. I soggetti presenti nella fotografia in analisi che hanno dimensioni note nella realtà, possono essere usati come termine di confronto per stabilire se tutti gli elementi della scena hanno le giuste dimensioni, tenendo conto delle leggi della prospettiva (un oggetto più arretrato rispetto al temine di riferimento, è necessariamente più piccolo).  

Punto 11.   Le linee prospettiche e il punto di fuga  devono essere coerenti per tutti gli elementi della scena. Di solito quasta analisi viene impiegata quando la scena raffigura una stanza quadrangolare o nel caso di un paesaggio urbano. Armatevi si righello e matita, o usate gli strumenti di Photoshop, quindi tracciate le linee prospettiche e il punto di fuga dei soggetti che lo consentono, e verificate la loro coerenza.

Punto 12.  Ricercare elementi  illogici. Cosa vi aspettate di vedere ad agosto in una piazza assolata di Roma alla ore 16.00? Le persone indossano cappotti o magliette a maniche corte?  Un particolare illogico e’ spia di manipolazione, in quel punto e’ avvenuta una modifica e al falsario e’ scappato l’errore.  Alcuni esempi: una scritta senza senso su un cartellone, oppure oggetti mutilati innaturalmente, arti umani che si intravedono in un gruppo, ma privi del corpo, cartelli di cui e’ rimasto solo un pezzo di palo, grossi frammenti di uno sfondo che non centrano nulla con  la foto in esame, bandiere che sventolano in direzione opposta alla direzione del vento (stabilita dall’osservazione di altri elementi),  oppure un soggetto umano in piedi sulla neve che non ha lasciato alcuna impronta intorno a se per giungere sul posto.  Verificare se ci sono ripetizioni seriali di qualche zona o soggetto, perchè non rientra nell’ordine naturale delle cose che, ad esempio, l’immagine di un albero sia perfettamente sovrapponibile ad un altro, nella stessa scena (Il Prof. Hani farid ha sviluppato software specifici per questo tipo di analisi). Anche le anomalie generiche nella tecnica di esecuzione dello scatto sono spia di falsificazione: tempo fa mi capitò di analizzare una fotografia di un reperto archeologico, di cui conoscevo la storia e il contesto  dello scatto, ma l’osservazione obiettiva dell’immagine fece emergere delle anomalie, trovai insolito e sospetto che mancassero riferimenti metrici, che il soggetto fosse inquadrato parzialmente, che non ci fosseto scatti del verso (si trattava di un ammasso di papiri), tutti aspetti contrari alla tecnica della fotografia archeologica.   

Punto 13.  Osservare il contorno dei soggetti sospetti. Un’attenta analisi a forte ingrandimento spesso rivela tracce del vecchio sfondo o imprecisioni nello scontornamento. Purtroppo le immagini manipolate hanno spesso una bassa definizione, voluta per ostacolare o quantomeno rendere dubbio il giudizio. Concentratevi sui contorni del soggetto che si ritiene manipolato, verificate se ci sono bordi troppo sfumati rispetto ai bordi presenti vicino o comunque nella stessa foto (indice del tentativo di nascondere le “cicatrici” del fotomontaggio),  o al contrario parti troppo contrastate, margini troppo netti e geometrici (indice di ritagli grossolani e di sovrapposizione di immagini senza troppa cura), passaggio sospetto di colore o tono diverso da altre zone della fotografia, oppure una strana perdita di definizione con parti offuscate, rispetto ad elementi vicini. In questo tipo di analisi sono utili i cosiddetti “filtri fotografici”, tipo color deconvolution, inversione di colore (trasformare in negativo), scala di grigi, applicazione di forti maschere di contrasto. Insistere sulla ricerca di residui di uno sfondo che non centra nulla con l’immagine in verifica, dovuti ad uno scontorno impreciso e troppo abbondante,  frequente nei fotomontaggi fatti in maniera frettolosa. Controllare attentamente le zone di confine tra un’area ed un’altra, qualsiasi particolare illogico, come un gradino o una rientranza in una linea che dovrebbe essere dritta, è sospetto. Una curiosità: uno dei fotomontaggi  più  praticati è l’applicazione della  testa di un soggetto sul corpo di un altro. Verificare bene e a forte ingrandimento i capelli, che a causa della complessità della loro forma, sono difficili da scontornare con precisione. 

Riporto per completezza due elementi spia di fotomontaggio che ho trovato su internet e riguardanti le tecniche di manipolazione praticate in camera oscura su stampe chimiche: un’area cancellata talvolta e’ sostituita con un elemento con definizione piu’ scarsa;  presenza di un alone che circonda un elemento o un’area sulla quale si è concentrato il lavoro del falsario.   

Punto 14.  Ricercare anomalie nella tecnica di esecuzione dello scatto per evidenziare una eventuale stage photography. I dati exif possono aiutare molto in questa analisi. Lo scopo è quello di verificare se i soggetti raffigurati e il fotografo erano complici di una simulazione organizzata, che si vuole però far credere naturale e spontanea. Cercate di immaginare il fotografo mentre eseguiva quello scatto: in che condizioni ha operato, quale attrezzatura ha usato, che reali possibilità operative poteva mettere in campo? Dino Brugioni nel suo libro “Photo fakery” cita il caso di alcuni filmati della seconda guerra mondiale spacciati per immagini dal vivo, ma la cui tecnica di esecuzione era assai sospetta, per il fatto che il cameraman si trovava nel posto giusto per riprendere perfettamente la caduta di una bomba e la conseguente esplosione, non potendo in realtà prevedere la posizione esatta in alcun modo.  Gli elementi che facevano insospettire Dino Brugioni erano inoltre la perfetta inquadratura e messa a fuoco, tipiche della regia e preorganizzazione della ripresa, mentre le condizioni avverse di un campo di battaglia avrebbero dovuto imporre condizioni di lavoro e operatività molto limitate.  La stage photography non contiene manipolazioni dell’ immagine in postproduzione, le immagini sono originali, non alterate. Tipica la situazione in cui viene impiegato un sosia: non occorre fare alcun fotomontaggio. Il falsario efficace farà in modo di non mostrare il sosia ad una definizione troppo elevata, nascondendo particolari del volto o del corpo utili ad una comparazione fisionomica. 

Punto 15. Verificare la coerenza dei soggetti con le superfici in cui poggiano. Ad esempio i piedi delle persone devono essere coerenti con l’inclinazione o le asperità del terreno, e gli oggetti solidi devono adattarsi realisticamente alla superficie in cui sono appoggiati.

Punto 16.  Verificare la messa a fuoco di tutti gli elementi della scena. La messa a fuoco e’ su un piano solo e la profondità di campo e’ più o meno estesa a seconda del diaframma e dell’ingrandimento del soggetto. Verificare se i soggetti posti su piani molto distanti hanno la giusta e coerente differenza di nitidezza. Attenzione a non confondere la sfocatura con il calo di nitidezza che si potrebbe osservare nei soggetti posti vicino ai bordi dell’inquadratura, dovuto in realtà a difetti ottici frequenti in molti sistemi fotografici (soprattutto con diaframmi molto aperti). Come regola generale la profondità di campo si estende 1/3 prima e 2/3 dopo il piano di messa a fuoco, ad eccezione della macrofotografia, assai più critica sotto questo aspetto. Esiste anche la possibilità di avere di fronte immagini con una nitidezza estesa dal primissimo piano allo sfondo, nel caso che il fotografo abbia usato software di  “hight dinamic focus”, che uniscono più fotogrammi della stessa inquadratura  con regolazioni della messa a  fuoco diverse. Questo genere di software impone che il soggetto sia completamente fermo durante le acquisizioni. Se non si seguono bene le regole dell’hight dinamic focus,  non è infrequente la presenza di piccoli artefatti dopo la fusione. Attenzione a distinguere l’estesa profondita’ di campo di uno scatto in  hight dinamic focus, da una profondità di campo dovuta ad un ridottissimo diaframma (che potrebbe generare perdita di definizione per la diffrazione della luce), oppure da un’immagine prodotta da un sistema basculante (tipo banco ottico, o con un obiettivo tilt and shift) che permette di controllare molto la messa a fuoco e apparentemente estendere la profondità di campo di un soggetto.  E’ stato studiato un  sistema per la videosorveglianza che produce immagini completamente a fuoco su tutti i piani, benche’ il file iniziale appaia tutto sfuocato e vada prima elaborato. Al momento però mi risulta solo a livello sperimentale. Cito in ultimo il caso del foto stenopeico che genera fotografie a definizione non ottimale, ma con la messa a fuoco estesa a tutti i piani.

Punto 17.  Verificare la qualità di tutti gli elementi della scena, che deve essere uniforme sotto l’aspetto del colore e  dominanti cromatiche, contrasto, luminosità, grana e definizione. Se in una foto di gruppo all’aperto, un volto appare incoerentemente meno contrastato, con una evidente dominante verdognola da luce al neon, è lecito supporre che sia un innesto.

Punto 18. Compiere un’ analisi dei riflessi sulle superfici lucide  (compresi gli occhi) che  devono essere coerenti alla fonte di luce per direzione,  forma,  qualità (sorgente puntiforme o ampia e diffusa) e  numero (negli occhi si nota facilmente se la fonte era composta da più punti luce).  Attenzione: le immagini riflesse su qualsiasi superfice lucida, acqua, specchi, ecc., devono essere  invertite specularmente. Un esempio: un riflesso su una superficie lucida in cui si distingue, anche se deformato, il disegno del cielo e comunque di un ambiente esterno, non può trovarsi inserito in un soggetto raffigurato dentro una stanza, quindi è lecito pensare ad un fotomontaggio. Sugli occhi spesso si trovano riflesse molte immagini utili per capire cosa c’era davanti al soggetto. Se la fotografia è fatta all’esterno, sulla pupilla probabilmente si vedrà il riflesso di  una scena deformata ma con la metà superiore molto luminosa,  azzurra o bianca (il cielo) e una parte inferiore scura,  che e’ il terreno. Non di rado si distinguono il numero di persone poste di fronte al soggetto, fotografo compreso. I riflessi poligonali nelle immagini  in contro luce, riproducono il numero di lamelle del diaframma dell’obiettivo utilizzato. Questa informazione può suggerire qualcosa di interessante all’analista. Un riflesso poligonale in cui si distinguono 9 lamelle fanno pensare ad un’ottica di un certo valore, non certamente ad un sistema fotografico “entry level” o ad una compatta. E’ una informazione in più, magari non fondamentale, ma certamente utile.

Punto 19.  Analizzare le aberrazioni cromatiche e pourple franging. Un particolare della foto che non presenta alcuna  aberrazione cromatica, mentre i soggetti vicini ne sono vistosamente affetti,  è sospetto. Posso lecitamente pensare che quel particolare proviene da un’altra fotografia. Normalmente, le aberrazioni sono concentrate sugli elementi periferici dell’inquadratura.  Se sono presenti solo su un lato della foto,  allora si  può supporre che ci sia stato un ritaglio ove sono assenti. Si consideri che anche ritagliare una foto ed eliminare parte del  contesto dell’evento, può stravolgere il significato dell’immagine e dare luogo ad una importante alterazione. 

Punto 20.   Ricercare i difetti dei sensori digitali, che si manifestano sotto forma di  righe, dead e hot pixel,  macchie e puntini di sporcizia (sfuocati).  Sono visibili sull’immagine digitale, contraddistinguono la fotocamera e potenzialmente possono far risalire a chi l’ha in uso.

Come rendere le vostre fotografie autenticate, sicure e inattaccabili.

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Vi sono settori lavorativi in cui è fondamentale fornire la massima garanzia di autenticità alla documentazione fotografica. Il settore giudiziario, in cui lavoro da molti anni, il settore della ricerca scientifica e dell’informazione giornalistica, hanno in comune l’esigenza di produrre e pubblicare immagini sicure, fedeli al concetto di “riproduzione della realtà”, pur nei limiti del mezzo meccanico, ma al riparo da qualsiasi contestazione.  Non è un’ impresa difficile, è questione di tecnica fotografica  e di qualche piccolo accessorio.

Basandomi sulla mia esperienza diretta, ho sviluppato alcune linee guida che dovrebbero garantire la produzione di fotografie sicure, certificate, georeferenziate, per fornire informazioni univoche, non interpretabili in altra maniera ed immuni da qualsiasi sospetto. 

1- Usare l’autenticazione del file fotografico (ad es. con Nikon Authentication Software oppure Canon OSKE3), che evidenzia se ci sono state alterazioni dopo lo scatto, sia dell’immagine che dei metadati. Io uso una Nikon D700 che contiene nel menù, come altre fotocamere Nikon, la dicitura “Autenticazione”. Chi verifica le fotografie deve avere l’apposito software di autenticazione installato sul PC e una chiavetta USB di accesso che serve a sbloccare e utilizzare il programma. Questo non esclude che la fotografia, di per se autenticata e priva di alterazioni, sia frutto di una stage photography, o sia pubblicata con false informazioni correlate, o sia la riproduzione di una stampa fraudolenta tramite fotocamera su stativo. Ma gli accorgimenti che elenco di seguito, integrano il software di autenticazione ed escludono ogni possibilità di falsificazione della realtà. Si tenga presente che dal 2010 il sito http://www.elcomsoft.com ha dimostrato di poter autenticare file immagine non originali: vi rimando alla lettura dell’articolo di questo blog “Violati i software di autenticazione di Nikon e Canon, una tragedia per la fotografia scientifica e giudiziaria.” Dopo aver contattato Canon Italia e Nital ho appreso che Canon non commercializza più il suo sistema di autenticazione (Canon OSKE3), mentre Nikon lo ha mantenuto in listino, considerando il software un primo livello di sicurezza, benchè non sia una soluzione “assoluta”. Faccio un semplice esempio: se in città circola il migliore ladro del mondo, in grado di aprire qualsiasi cassaforte, non è comunque prudente rinumciare ad una protezione e tenere i propri gioielli sopra un tavolo, alla portata di tutti. In ogni caso è meglio avere una cassaforte, perchè non è detto che a casa vostra entri il miglior ladro del mondo e poi, se ben nascosta, può darsi che il migliore dei ladri, semplicemente, non la trovi. Per questo motivo, il software di autenticazione, anche se violabile da pochissimi e abili tecnici informatici, costitisce un primo livello di icurezza, che impedisce alla maggior parte dei truffatori di manipolare il file.

2- Usare il GPS (io uso il GP1 di Nikon) che geo-referenzia l’immagine e registra i dati UTC (Universal Time Code), più sicuri rispetto alla data e l’ora decise e inserite arbitrariamente dal fotografo dal menù della sua fotocamera. Indicare per iscritto, in un documento allegato alle fotografie, il luogo in cui sono stati eseguiti gli scatti, ad esempio lo studio di un avvocato o un ufficio giudiziario. Questi dati integrano i dati del GPS della fotocamera. Attenzione al fatto che in alcuni ambienti chiusi il GPS talvolta non funziona. Rimangono comunque data e ora impostate sulla fotocamera, ma è meglio ingegnarsi per agganciare il segnale del GPS.

3- Non limitarsi, se possibile, nel numero di scatti. Un soggetto importante va anche contestualizzato con scatti dell’ambiente in cui è stata fatta la documentazione fotografica. Fotografate lo stesso soggetto con angolature diverse. Soprattutto in caso di soggetti umani, oltre la figura intera, riprendete il volto da più lati e insistete nei particolari, renderà agevole un eventuale confronto fisionomico. Il fatto di avere a disposizione una decina di scatti dello stesso evento, con gli stessi soggetti, favorisce molto il giudizio di autenticità. Un falsario riesce ad aggiungere un volto ad una foto di gruppo, ma è estremamente complicato inserire lo stesso volto in 10 scatti dello stesso evento, ripreso con angolature diverse.  In ambiente giudiziario sono solito eseguire le documentazioni applicando la seguente procedura: dal generale al particolare; dall’esterno all’interno; da destra verso sinistra, dal basso verso l’alto; per i soggetti umani dalla testa ai piedi. Nel caso di un oggetto che si vuole documentare, non limitarsi al close up, ma fare anche alcuni scatti che documentano la sua posizione all’interno della stanza (o in un qualsiasi altro ambiente). Nel breve documento che accompagna il DVD con i file immagine, verrà brevemente specificata la metodologia applicata.

4- Spesso è utile fare scatti con un riferimento metrico e cromatico, che permette di ricostruire con precisione le dimensioni e l’aspetto del soggettto. Non coprire parti del soggetto con i riferimenti metrici/cromatici, potrebbero contestarvi di aver nascosto un elemento importante. E’ opportuno fare prima uno scatto senza riferimento, subito dopo fare con  le stesse condizioni di illuminazione, uno scatto con riferimento metrico o cromatico. In alcuni casi può servire indicare il nord con una freccia appoggiata nella scena (tipico della fotografia archeologica).

5- Scattare in formato RAW, senza compressione ed alla massima qualità consentita dalla fotocamera. Utile l’opzione Raw  +  JPG,  più facile da visionare  per la committenza, in quanto il formato JPG non richiede un software di sviluppo, è più leggero e viene visualizzato e gestito più facilmente.

6- Usare impostazioni di macchina neutre, mai impostazioni come “più satura” dai colori falsati, o “ritratto”, che ha nitidezza e contrasto più attenuati. Occorre essere fedeli al termine documentazione fotografica e  riprodurre il soggetto con il massimo realismo consentito dal mezzo. Nella mia Nikon ad esempio imposto l’opzione “Neutral”.

7- Se nella documentazione fotografica vengono inserite anche delle copie modificate in post produzione (l’originale è sempre preservato),  per rendere maggiormente visibili alcuni elementi importanti di un soggetto, queste devono contenere nei metadati il Log del programma utilizzato per l’eleborazione con l’elenco delle modifiche operate sull’immgine. Ad esempio Photoshop permette di impostare un “History Log” (modifica-preferenze-generali-registro storie-entrambi) al quale aggiungerò un valore di hash (Hash MD5, oppure SHA1) per garantire l’integrità del file.  Nel documento che accompagna i file immagine verrà indicato anche il programma di sviluppo del file RAW originale.

8- Produrre un CD/DVD non riscrivibile con tutte le foto originali, anche quelle venute male e gli scatti sovra e sotto esposti. Non si cancella mai nulla. Insieme al CD/DVD verrà allegato un documento con  tutte le informazioni che non compaiono nei dati exif, come l’uso di fonti di illuminazione particolari e l’autore delle fotografie, compresi eventuali assistenti.  Fotografo, assistenti, tecnici di post-produzione, apporranno la loro firma in calce. Normalmente nei dati exif sono registrati marca e modello della fotocamera, l’ottica usata e le regolazioni (tempi e diaframmi), ma non compaiono, ad esempio, le ottiche particolari o di costruttori diversi da quello della fotocamera, quindi verranno aggiunte nel documento allegato. In ambiente giudiziario spesso viene usato anche il cosiddetto “photo log”, un elenco delle fotografie con il numero del file, una breve descrizione della scena e del soggetto, la loro posizione,  dati temporali, algoritmi Hash MD5 o SHA1, e quant’altro sia considerato rilevante.

9- Le fotografie devono essere numerate a partire da 0001.  Non eliminate mai una fotografia durante l’esecuzione della documentazione (neanche dopo), la fotografia venuta male si rifà, non si cancella.

L’insieme di tutti questi accorgimenti è una buona garanzia di autenticità della vostra documentazione fotografica. Ricordate sempre i limiti dei software di autenticazione di Nikon e Canon, violati nel 2010. Si veda, ad esempio,  il sito nikon.elcomsoft.com dove sono scaricabili delle immagini che risultano, purtroppo, autenticate se aperte con l’apposito programma di Nikon.

LINEE GUIDA DELL’EDITORIA SCIENTIFICA

Ho ricavato da internet le linee guida adottate da più riviste scientifiche, alle quali gli studiosi devono attenersi nel produrre immagini fotografiche delle loro ricerche, per una eventuale pubblicazione. Ne riporto un sunto,  con commenti personali. Tratto da: http://jcb.rupress.org/content/166/1/11.full#F1

-Le modifiche sono viste in generale di cattivo occhio, e con l’avvento e diffusione dei software di computer grafica, il clima di sospetto e le restrizioni sono alquanto aumentate rispetto al passato, quando si usavano solo pellicole.

-Le modifiche sono ammesse solo se non rendono invisibili degli elementi,  devono servire solo per evidenziare particolari comunque presenti nell’originale. Tollerato l’uso di interventi “lineari” (che coinvolgono tutti i pixel allo stesso modo) sulla luminosità e il contrasto, che sono ammessi per rendere più fruibile all’osservatore i vari elementi della fotografia, ma non devono mai “bruciare”  lo sfondo o rendere indistinguibili altri particolari. Sono viste di cattivo occhio soprattutto le modifiche “non lineari” e  selettive di una determinata area (ad es. modifiche del gamma o con strumenti di selezione di Photoshop). Si preferisce evidenziare chiaramente un’area isolata con frecce, cerchi tratteggiati o colorati, o colorazioni selettive dell’area, e l’operazione va comunque dichiarata, a scanso di equivoci, nei dati correlati all’immagine (ad esempio nelle didascalie).

-Vanno sempre allegate tutte le fotografie originali, non modificate.

-Vietatissimo rimuovere, oscurare, aggiungere, copiare particolari (anche se insignificanti) e se per esigenze grafiche utili alla comprensione della ricerca, si vuole unire nella stessa immagine più fotografie, l’operazione va evidenziata con  sottili linee bianche o nere nelle parti di giuntura.

-Ovviamente qualsiasi irrinunciabile modifica (anche minima), o collage, va esplicitamente dichiarata nelle didascalie o nella sezione “strumenti e metodo” della relazione, specificando anche quali software sono stati usati.

-Mai pulire lo sfondo da quelle che si ritengono imperfezioni, o sporcizia, potrebbero non esserlo. Chi osserva e giudica la ricerca deve avere a disposizione la realtà fotografica, anche se poco gradevole esteticamente. Si tratta di scienza, non foto di matrimonio.

Stranamente non ho trovato, alla data in cui scrivo questo testo, (marzo 2011), nessuna raccomandazione di usare il formato RAW o software di autenticazione, ma certamente dipende anche dal fatto che le fotocamere applicate ai microscopi, o altri strumenti scientifici, hanno caratteristiche particolari che potrebbero non consentire l’uso di questo utile strumento informatico.

COSA NE PENSA LA  ASSOCIATED PRESS.

Dal sito   http://www.ap.org/newsvalues/index.html   ho ricavato le regole adottate dalla Associated Press in merito alla pubblicazione di immagini e video.

In linea di massima c’è una grossa attenzione al controllo delle fonti che forniscono le immagini, per garantire l’autenticità del materiale. Non sono ammesse ricostruzioni in stage photography, se viene eseguito un ritratto in posa, con un minimo di allestimento e organizzazione, viene chiaramente indicato in una didascalia.

-Vietate manipolazioni o qualsiasi altro intervento che alteri il contenuto delle fotografie, vietato  aggiungere o cancellare un elemento con Photoshop (citato esplicitamente) o altro software analogo, i volti non possono essere oscurati, salvo in rare  eccezioni, per tutelare il soggetto o terze parti, previa autorizzazione dei vertici della AP (Editor of the day o Senior manager)  e segnalazione  nelle didascalie.  La possibilità in casi particolari di oscurare i volti è esplicitamente citata solo per i video, ma ritengo verosimile che tale circostanza sia valida implicitamente anche per le fotografie.  E’ tollerato l’uso di strumenti di clonazione e ritocco solo per cancellare polvere e graffi.

-Interventi minori con Photoshop sono accettati, come rifilare, schiarire o scurire l’immagine, conversione in B/N, normali interventi sul  colore (definiti “standard”), solo se mirati a rendere più chiara e fruibile l’immagine, o per renderla più aderente alla realtà. I cambiamenti eccessivi  nell’esposizione, contrasto, colore, e saturazione, che alterano troppo la scena, non sono ammessi.  Gli sfondi  non possono essere cancellati o sfuocati in post produzione, o comunque resi indistinti con la bruciatura dei toni o qualsiasi altro metodo.  Sono ammesse sfocature selettive di parti che offendono il pudore o la sensibilità dell’osservatore, con l’approvazione di un Departement Manager, e una chiara segnalazione (didascalia).

-Se devono essere fatti dei ritocchi per i quali si ha il dubbio che siano in contrasto con il codice della AP,  prima della pubblicazione devono essere autorizzati da un Senior  Photo Editor, così come nel caso di una fotografia fornita da una fonte esterna con delle alterazioni, ad esempio una faccia oscurata. La didascalia segnalerà esplicitamente la provenienza da fonte esterna.

-Anche per i video sono tollerati interventi standard per migliorare il bilanciamento del bianco, l’audio, ecc., a patto che queste correzioni non comportino la sottrazione, oscuramento di alcuni elementi,  o comunque alteri il contenuto, anche se solo di una parte, anche se riguardante solo un’ immagine.

-Nei video destinati al web e ai telegiornali, devono comparire titoli e logo.

-Le illustrazioni grafiche  (tipiche quelle per la TV) che comportano l’uso di più foto combinate, sono ammesse, anche se tecnicamente sono composte da ritagli e comunque da immagini alterate. In questo contesto, parte dello sfondo di una foto,  può essere rimosso per lasciare posto all’immagine del conduttore, del giornalista o della persona che ha a che fare con la notizia in quel momento,  e può essere combinata con il logo che rappresenta l’azienda rappresentata dal soggetto. I due elementi (personaggio e logo) possono essere applicati sopra uno sfondo neutro.  Questa composizione non deve comunque  distorcere i fatti e non deve sembrare una sola fotografia originale, si deve capire che è una composizione grafica. Allo stesso modo, quando alteriamo una foto per fare una composizione grafica sul web, si deve conservare il più possibile la sua integrità e mai distorcere il suo significato, limitando i cambiamenti alla rifilatura, mascheratura o aggiunta di alcuni elementi come i logo.

-I video per il web possono essere alterati per aggiungere informazioni con stile grafico, come titoli e logo, per aggiustare il tono dell’immagine e migliorare il suono, senza starvolgere il contenuto.  E’ permesso  mostrare foto panoramiche a 360° e dissolvenze, purchè non alterino le immagini originali


Nozioni di base sulla falsificazione delle immagini fotografiche

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Tutte le alterazioni applicabili ad una immagine fotografica possono essere classificate  nei seguenti 7 punti, alcuni ben noti, altri più subdoli.

1 Il fotomontaggio: sovrapporre un’ immagine alla scena, consiste nel copiare un’ immagine per applicarla all’interno della scena.

Originale

Fotomontaggio, le bottigliette ora sono tre.

Tecnicamente, anche quando si vuole eliminare un particolare, come il volto di una persona sgradita da una foto di gruppo, in ultimo si compie un fotomontaggio per coprire il buco, ad esempio applicando una porzione di sfondo. Nel caso dell’ immagine seguente, ho cancellato la bottiglia sostituendola con parti di muro  e di tavolo.

La bottiglia è sparita... e sostituita con pezzi di sfondo.

La difficoltà maggiore di chi produce un fotomontaggio consiste nel  rendere l’innesto coerente con tutti gli altri elementi della scena, ad esempio nella direzione della luce, posizione  delle ombre, il colore, le giuste proporzioni, ecc. Risulta molto comodo prelevare l’immagine dalla stessa fotografia, ma si corre sempre il rischio che un occhio attento riconosca la clonazione. Il falsario sa che un prelievo da un’ altra fotografia, magari della stessa sequenza di scatti (se esistente) e legata allo stesso evento, permette di correre meno rischi. Le sequenze di fotografie fatte prima e dopo lo scatto sono molto più frequenti di quanto si pensi. In un servizio giornalistico è improbabile che un fotoreporter scatti una sola fotografia ad un soggetto, prima e dopo lo scatto importante avrà fatto quasi sicuramente altre fotografie nello stesso ambiente. Ebbene, la sequenza è una buona fonte di elementi da clonare per il falsario ed allo stesso tempo una miniera di informazioni per l’analista e vale la pena fare ogni sforzo per reperirla.

2 Eliminare parti indesiderate,  tramita il ritaglio e rimozione di una parte della fotografia, senza che venga sostituita (ad es. eliminando una parte consistente dei bordi) in modo che alcuni particolari scomodi non siano più fruibili, privando l’immagine del contesto e di informazioni importanti e quindi stravolgendo il suo significato. Nell’esempio seguente propongo una mia foto ritagliata.

Immagine "innocente", ritagliata nella parte inferiore.

Originale.

Ma l’originale mi ritrae in manette (a scopo didattico, non temete…). Il soggetto è esattamente lo stesso ma il semplice ritaglio ha nascosto un particolare importante che viene normalmente associato a qualcosa di negativo, ed ha mutato profondamente il significato dell’immagine.

3 Modificare un elemento della scena. Non si tratta di un vero fotomontaggio, semplicemente viene cambiato il colore, o le dimensioni, ecc. Il soggetto viene modificato in loco, ma non avviene una rimozione nè la sostituzione con un’ altra immagine, il che comporta meno rischi e spesso meno lavoro per il falsario.

Originale.

Modificare un colore è molto facile con i moderni software.

4  Creare ex novo un’ immagine estremamente realistica, che non esiste nella realtà, utilizzando avanzati software di grafica vettoriale, oppure disegnando a mano libera un oggetto o una persona in maniera estremamente realistica (oggi assai meno frequente). Il falsario può inventare qualsiasi cosa ed inoltre l’immagine artificiale può essere inserita anche in una vera fotografia.   Per avere un esempio di opere d’arte iperrealiste, vi segnalo l’artista Chuck Close, del quale troverete facilmente alcune opere su Internet, come la seguente tratta da http://lnx.whipart.it/artivisive/5532/mostra-Chuck-%20Close.html

Nel sito http://www.digitalxmodels.com, che ovviamente non ha fini fraudolenti, potete vedere una galleria di ottime immagini create con il computer per scopi commerciali.

5 Illusioni ottiche e pareidolia.  Un uso controllato e sapiente delle leggi della prospettiva può far credere che un soggetto abbia dimensioni e caratteristiche che non ha nella realtà. Con i teleobiettivi molto spinti si può generare un illusorio schiacciamento dei piani e due elementi che nella realtà sono alquanto distanti, possono in fotografia apparire vicini o quasi a contatto.  Più frequente invece l’uso di obiettivi grandangolari per rappresentare  un oggetto in primo piano gigante, rispetto ad altri elementi più distanti dalla fotocamera, e ingannare l’osservatore sulle reali dimensioni. 

La pareidolia è l’illusione di riconoscere immagini note in mezzo a forme casuali, come ad esempio il profilo di un animale in una nuvola.  Molto più  interessante l’apparente presenza di fantasmi che compaiono mischiati tra i particolari di alcune immagini fotografiche, ma sempre con scarsa definizione. Una semplice ricerca su internet permette di vedere decine di esempi di immagini alquanto confuse spacciate per  “paranormali”, che sono in realtà solo un regalo del caso.

6  Fornire false informazioni  per far credere che il soggetto della fotografia abbia un nome, una provenienza, o una collocazione temporale diversa dalla realtà. Ciò non comporta necessariamente che l’immagine sia manipolata, la bugia si concretizza attraverso i falsi dati  forniti sui soggetti. Il falsario pubblicherà informazioni false mischiate a molte altre vere.  Le informazioni vere e dimostrabili tendono purtroppo ad estendere una sorta di garanzia sulle informazioni false, per le quali non c’è di solito possibilità di verifica.

Qualcuno potrebbe considerare le false informazioni un argomento non attinente i fotomontaggi ma un buon falso fotografico ha bisogno spesso del sostegno di una didascalia fraudolenta. Una stage photography, senza false informazioni correlate, sarebbe meno efficace.

7Organizzare la scena o stage photography, con una regia, oggetti selezionati appositamente e figuranti.  Ad esempio, una fotografia all’aperto potrebbe rivelarsi ripresa in studio, con prato finto, luce diffusa artificiale e un fondale raffigurante il cielo. Alcune stage photography tradiscono particolari di eccessiva perfezione nella messa a fuoco e nell’inquadratura. Ad esempio,  la collocazione insolitamente equilibrata dei soggetti nella scena, con luci ed ombre che non disturbano il soggetto, riflessi controllati, una linea dell’orizzonte perfettamente dritta, ecc., sono spia di un lavoro accurato di preparazione, incoerente con i difetti di uno scatto spontaneo, che si vuol far credere eseguito fortuitamente o in situazioni tipiche del fotogiornalismo, non particolarmente agevoli. Anche l’uso fraudolento di un sosia rientra nella stage photography. Interessante notare che spesso il sosia viene fotografato prudentemente con vestiti a collo alto, occhiali, cappello, ecc., per fornire pochi elementi di comparazione con foto autentiche dello stesso soggetto. Se si ha la fortuna di poter osservare chiaramente la forma dell’orecchio nella fotografia di un presunto sosia, si può procedere ad un confronto con immagini certe del personaggio originale. L’orecchio è un ottimo indice di identità.

Gli ultimi tre casi,  (le illusioni ottiche, le false informazioni correlate e la stage photography) potrebbero riguardare immagini originali, prive di manipolazioni dopo lo scatto,  quindi molto subdole. In realtà capita più frequentemente che nella stessa immagine siano presenti vari tipi di alterazioni, ad esempio un ritaglio dei bordi per rimuovere un elemento scomodo (punto 2), il fotomontaggio di un soggetto utile alla riuscita della truffa (punto 1), il tutto condito con la diffusione di false informazioni correlate (punto 6). Si tenga presente che la fotografia manipolata può essere inserita in una sequenza di scatti dello stesso evento, meno rappresentativi della situazione ma privi di alterazioni,  per rafforzarne la credibilità.

Quando inizia il falso e quando è solo maquillage.

Ci sono modifiche ammissibili che non rientrano nel campo della manipolazione perchè non stravolgono la scena e il significato originale, ossia interventi generici sul contrasto, sulla luminosità, sulla nitidezza, sul colore. Rendere più azzurro un cielo scialbo, non può essere considerato un inganno. Anche ai tempi della fotografia analogica, soprattutto in camera oscura bianco e nero, lo stesso fotogramma poteva essere stampato con luminosità e contrasto diversi, ed i più abili operatori erano in grado di modificare parametri solo in alcune aree,  senza sentirsi accusare di manipolazione. Anzi, un buon lavoro in camera oscura, che produceva un effetto di maggior impatto (senza fotomontaggi, si intende), era motivo di apprezzamento.

La fotografia digitale si presta facilmente ad un certo grado di intervento estetico e in molti casi è inutile accanirsi contro alterazioni che in fondo non distorcono il contenuto. Il falso fotografico è qualcosa di più complesso e consiste nel modificare profondamente uno o più elementi dell’immagine, producendo una  realtà che non è mai esistita e stravolgendo il significato dell’ originale. Nelle pubblicità, nelle copertine di riviste di gossip, si possono vedere dei bellissimi esempi di fotografie manipolate. Gli elementi maggiormente modificati sono i soggetti umani, ma il grande pubblico ormai ha capito che la bellezza esibita è frutto spesso di abili fotoritocchi. Il discorso cambia nell’ambito della fotografia giudiziaria e in generale di documentazione (fotografia scientifica, giornalismo, schedatura anagrafica, ecc.): se in un volto, oltre alla correzione di semplici parametri come il contrasto e la luminosità, vengono rimossi cicatrici o nei, abbiamo messo in atto una modifica di contrassegni permanenti del soggetto, e questo  non è più solo maquillage.  E’ per questo che è nata l’esigenza di stabilire dei protocolli a cui attenersi per garantire la genuinità delle fotografie pubblicate.  In un altro articolo di questo blog, dedicato alla autenticazione delle fotografie, riporto un sunto delle linee guida  per la pubblicazione di fotografie scientifiche e per il fotogiornalismo, con i rispettivi link del Journal of Cell Biology e della Associated Press.

Tecniche per nascondere le alterazioni e ostacolare i controlli.

Cercate di immaginare il falsario come un abilissimo chirurgo estetico. Modifica, toglie, aggiunge, migliora, e alla fine rende invisibili le cicatrici del suo intervento.

Una tecnica fondamentale del falsario: fornire immagini a bassa definizione,  per dissimulare i difetti che la manipolazione produce ed impedire un’ accurata analisi dei dettagli. Il falsario produce file immagine leggeri, molto compressi, talvolta solo delle stampe su carta in piccolo formato. Un altro trucchetto: per  ridurre la nitidezza dei dettagli più fini, quindi anche dei segni del fotomontaggio, pur mantenendo il peso del file uguale all’originale, è sufficiente ridurre le dimensioni del file al 50%, si salva e poi lo si riporta per interpolazione al 100%.  Si ottiene  un abbassamento della nitidezza, quasi impercettibile a occhio nudo, ma che contribuisce a dissimulare i bordi imperfetti di un fotomontaggio, mantenendo il peso del file e le dimensioni a monitor uguali all’originale.

Fornire una fotografia stampata su carta per impedire la lettura dei dati exif  e l’analisi informatica dei file.  Il falsario produce stampe in piccolo formato, non solo per limitare la possibilità di ingrandire i particolari più fini, ma anche per  impedire la lettura dei numerosi dati exif del file originale  e l’analisi con i software che  evidenziano interventi in post produzione.

Ma esiste anche la possibilità che le immagini  siano manipolate al computer, stampate in grande formato e dopo ri-fotografate per ottenere dalla fotocamera digitale un nuovo file da spacciare come originale (magari autenticato), con dati exif e dati GPS nuovi. Anni fa, in epoca analogica, avremmo ottenuto un nuovo fotogramma su pellicola.

Il falsario potrebbe fornire un miscuglio di informazioni vere e dimostrabili, con informazioni false e scarsamente verificabili, che sono il vero nucleo della truffa. Per un complesso meccanismo psicologico, l’osservatore tende a prendere per buone anche le informazioni che non può verificare, come se le informazioni vere garantissero per tutte le altre. Quindi non è detto che le informazioni scritte e orali che accompagnano la fotografia sospetta siano tutte false. In molti casi però chi diffonde una foto fraudolenta,  tenta di rendere impossibile la ricostruzione della storia dello scatto, per ridurre il rischio che vengano notate delle incoerenze. Molto spesso, scavando nella storia di foto sospette, non si riesce a capire chi l’ha pubblicata, dove e quando è stata fatta, chi è il fotografo, dov’è il file o la pellicola originale. Questa carenza di informazioni, e la riluttanza a fornirle, è un indizio di falsificazione.

Tecniche per agevolare l’analisi.

Eseguire tutti gli accertamenti elencati nel test di autenticità proposto in questo blog, punto per punto.

Confrontare la foto sospetta con una foto di un soggetto uguale, scattare fotografie con la stessa attrezzatura, stesse circostanze, se possibile stesso luogo, ecc. e valutare tramite confronto tutte le similitudini e differenze sospette.

Considerate la possibilità di riprodurre la fotografia in verifica su carta di grande formato. Personalmente ho notato che queste grandi stampe agevolano molto la ricerca dei dettagli e l’analisi in generale,  rispetto al monitor del computer.

Trasformare l’immagine in scala di grigi, per non farsi distrarre dal colore e valutare meglio le forme e le dimensioni.

Se si ha a disposizione solo una stampa chimica piuttosto datata e si vuole con una certa approssimazione stabilire il periodo dello scatto,  può essere utile analizzare la grana dell’immagine a livello merceologico.  La grana visibile sulla carta è  in realtà  la proiezione della grana della pellicola di origine, sperando sulla corretta messa a fuoco dell’obiettivo del minilab.  Occorre fare dei forti ingrandimenti di settori uniformi dell’ immagine con una tonalità medio-chiara, dove la grana è meglio visibile e analizzabile.  A me è capitato di usare stativo, fotocamera e obiettivo macro con tubo di prolunga, ma non escludo che uno scanner di qualità possa velocizzare l’acquisizione.   Il file immagine così ottenuto viene analizzato con  Photoshop, o altro software equivalente.  Si osservano selettivamente i tre canali colore RGB, visualizzati in B/N.  Il canale colore blu risulta il più indicativo della forma e distribuzione della grana.  Noterete che la grana è leggermente diversa a seconda del canale colore selezionato, ma in generale, la grana delle pellicole più recenti è più fine, e soprattutto ha una distribuzione più regolare.  Questo risultato viene messo a confronto con la grana di pellicole note (attraverso l’analisi di altre stampe di cui si conosce bene la storia), ma in particolare con rullini che si ritengono coevi. I confronti merceologici e l’analisi della grana permettono di isolare, con una certa approssimazione, il periodo di commercializzazione della pellicola, che  si è evoluta e raffinata con il progresso tecnologico e di conseguenza si ricavano indicazioni su quando è stato realizzato lo scatto.

I cosiddetti  “filtri fotografici”  sono strumenti informatici da applicare all’immagine e risultano di aiuto per evidenziare le manipolazioni.  Uno di essi è in vendita come plug in di Photoshop, si trattta del color deconvolution (acquistabile a basso prezzo  da 4N6site.com). Permette di selezionare una sfumatura di colore anche molto leggera e di isolarla dalle altre presenti nella scena, evidenziandola efficacemente con colorazioni diverse. E’ citato nel libro di Cynthia Baron che ho messo nelle letture consigliate, in fondo a questo articolo. Ho visto usare anche l’inversione di colore (da positivo a negativo), la conversione in scala di grigi analizzando il singolo canale della terna RGB,  il filtro di photoshop effetto rilievo, l’applicazione di una maschera di contrasto forte, quando un elemento è stato volutamente sfocato o reso indistinto dal falsario (così facendo si può evidenziare la parte anomala rispetto alla scena circostante).

Per fare una buona analisi, occorre vedere bene i particolari. Un analista di immagine ha a disposizione vari strumenti per migliorare la visione di ciò che sta studiando. Nel caso di stampe fotografiche si procede ad una scansione o una riproduzione su stativo alla massima definizione.  E’ inutile e rischioso lavorare sull’originale, che potrebbe rovinarsi.  Non so bene perchè, ma continuo a preferire l’osservazione di una riproduzione su carta in grande formato piuttosto che l’immagine sul monitor.  Ho in programma di sperimentare l’immagine fortemente ingrandita tramite proiettore laser su parete. Per quanto riguarda l’osservazione su monitor dei file, Adobe Camera Raw fa emergere particolari nelle alte luci meglio di altri programmi, quindi mette a disposizione più elementi da studiare. Si usano software per migliorare la nitidezza, ridurre il rumore digitale o aumentare contrasto e luminosità di parti interessanti.  Io uso abitualmente Capture NX2 di Nikon, Photoshop, e Pain Shop Pro X4, ma so che il mercato offre moltissimi software altrettanto validi. Segnalo Focus Magic  per aumentare la nitidezza e soprattutto la leggibilità di soggetti mossi, oppure nelle immagini tipografiche per estrarre il retino di stampa (funzione presente anche in  altri software).

Software che analizzano il file fotografico dopo lo scatto. Ricordo un servizio giornalistico sul TG1 (10 marzo 2011, ore 13.30 circa) in cui veniva detto che France Press si era dotata di un software, sviluppato da un matematico, per evidenziare graficamente su un monitor l’area di una fotografia alterata.  L’esistenza di appositi software è nota da anni, il Prof. Hani Farid, punto di riferimento mondiale per l’analisi della fotografia, ha sviluppato con i suoi collaboratori più di uno strumento informatico per l’analisi di file immagine,  per ora non presenti nei comuni canali commerciali.

Il suo sito è  www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Home.html

Certamente questi software non costituiscono la panacea che risolve tutti i casi di fotofakery, ma sono certamente un’arma potente che tutti gli analisti di fotografia vorrebbero avere. Interessanti i software “Clone tool detector” e “Truth dots”, ampiamente pubblicizzati su Internet come plug in di Photoshop CS3, ma al momento purtroppo non sono riuscito a reperirli. Il primo evidenzia se nell’immagine ci sono parti “irrealisticamente troppo simili”, quindi sospette di clonazione, e il secondo, Truth dots,  evidenzia se sono avvenuti tagli all’immagine. Un altro interessante software del gruppo di lavoro diretto dal Prof. Farid, evidenzia il tipo di elaborazione dell’immagine operata da marche differenti di fotocamere e da programmi di computer grafica, per stabilire con quale fotocamera è stata scattata la foto e se è stato usato Photoshop o altro programma. Strumento informatico davvero utilissimo nelle indagini sulla fotografia, anche per accertare la veridicità delle informazioni ufficiali fornite con la fotografia in verifica.

Su internet è disponibile gratuitamente il validissimo JPEGsnoop che visualizza i dati exif in maniera molto  completa. Se il file non è genuino, viene scritto esplicitamente  e viene anche indicato il software usato per l’alterazione (non l’area dell’immagine  manipolata).

La forza del confronto diretto. In molte occasioni troverete un valido aiuto nella tecnica del  confronto diretto con una fotografia genuina dello stesso soggetto o molto simile.  Un’ immagine sospetta può essere confrontata con una fotografia ripresa nello stesso luogo e nelle stesse circostanze, così da poter studiare a fondo gli elementi della scena e tentare di stabilire quali particolari sono realistici e quali impossibili. Lo stesso discorso vale se la vostra analisi è di tipo merceologico e dovete esprimere un parere sul supporto della fotografia: sarà utile un confronto con una stampa coeva realizzata su carta della stessa marca. Se avete sospetti su un soggetto umano, cercate di acquisire una fotografia originale dello stesso, e procedete alla comparazione fisionomica. Ponete vicine e sullo stesso piano l’ immagine in verifica (quella sospetta) e quella di comparazione (quella sicuramente vera). Se la fotografia usata per la comparazione raffigura il soggetto nella stessa posizione, è ancora meglio. Le caratteristiche comuni o le difformità verranno evidenziate nelle due immagini, con frecce e cerchi colorati. Prestate particolare attenzione a nei, cicatrici e alla forma delle varie parti dell’orecchio, indice di identità in ambiente giudiziario. La tecnica del confronto diretto può essere applicata in molti modi. Se ad esempio dovete analizzare una Polaroid sospetta e viene riferito che è stata esposta alla luce appesa ad un muro per 10 anni, ma notate l’assenza di un coerente decadimento cromatico e ritenete l’informazione falsa, non vi resta che ricercare una Polaroid coeva (dovrete dimostrarlo), e procedere ad un confronto diretto. Nella vostra relazione mostrerete la riproduzione delle due fotografie affiancate, nella didascalia scriverete che la Polaroid di comparazione presenta un decadimento cromatico marcato, mentre la Polaroid in verifica, nonostante l’età dichiarata e l’esposizione alla luce, presenta colori saturi e un buon livello di contrasto. Il confronto metterà in evidenza una grave incoerenza e servirà a dimostrare la tesi di falsità.

La perfezione e’ innaturale

Dedico un breve accenno alle immagini artificali, create completamente con programmi di computer grafica e dall’aspetto fortemente “fotografico”, prodotte da esperti di grafica vettoriale.  Come esempio vi invito a visitare il sito  http://www.digitalxmodels.com, che ovviamente ha scopi commerciali ed estranei a qualsiasi attività fraudolenta.  Nella “Gallery” troverete esempi di immagini artificiali, tra le quali ne segnalo una perchè mi permette di fare alcune considerazioni, ossia l’immagine che rappresenta un tratto di strada interrotto per lavori, nella corsia di destra. Ad un primo esame superficiale, le ombre risultano coerenti con la direzione della luce, la prospettiva è regolare, si notano i riflessi dell’ambiente sulla carrozzeria delle macchine, la nitidezza ha un realistico calo progressivo dal primo piano allo sfondo. Per un occhio attento però queste immagini “perfette” appaiono innaturali. Le superfici, nella realtà, non sono quasi mai così pulite e uniformi, l’assenza di macchie, graffi, o piccoli detriti è sospetta. Tutti gli elementi della scena sono troppo “belli”, e la saturazione dei colori è attraente ma ha un aspetto innaturale. In questo tipo di immagini l’illuminazione è sempre molto favorevole, incredibilmente giusta e adatta alla visione della scena, spessissimo è raffigurata una bella giornata di sole, senza ampie zone in ombra, né foschia. Spesso, sembra che siano stati usati il cavallettoo e obiettivi tilt e shift (oppure apparecchi a banco ottico) con la correzione evoluta della prospettiva, i soggetti sono inquadrati sempre in modo impeccabile, mai linee cadenti, mai orizzonti storti. Non si rileva quasi mai una posa infelice, un oggetto che copre un elemento importante, oppure un soggetto stilisticamente poco gradevole, tagliato o con qualsiasi altro difetto di inquadratura. Osservate l’assenza di dominanti cromatiche, difetto di cui le immagini vettoriali sembrano essere immuni. Al contrario, hanno un bilanciamento perfetto, con i bianchi puliti e privi di dominanti. Tenere d’occhio i difetti degli obiettivi che si manifestano soprattutto ai bordi, tipo purple fringing e aberrazioni cromatiche, di cui molti sistemi fotografici sono affetti. Le immagini artificiali/vettoriali non ne hanno. Il rumore digitale è un altro difetto che potrebbe non comparire nelle immagini completamente artificiali ma che deve coerentemente essere presente nelle scene riprese, ad esempio, con poca luce e ISO alti. Poniamo che il soggetto sia ripreso di notte e con poca luce, a mano libera, con persone in movimento nitidamente riprodotte (occorrono tempi di scatto rapidi e ISO elevatissimi) e buona profondità di campo (diaframmi chiusi): se non si rileva rumore digitale neanche nelle zone più scure, è lecito avere dei sospetti. Le immagini artificiali di solito rappresentano correttamente le proporzioni dei soggetti, con ombre  realistiche, ma i difetti degli obiettivi e dei sensori (aberrazioni cromatiche e rumore digitale)  potrebbero essere innaturalmente assenti.

Il falsario  rifotografa  il suo lavoro.

E’ utile ricordare sempre la seguente tecnica che rappresenta un passaggio chiave nella produzione di un falso efficace: il falsario produce un’immagine manipolata con il computer e,  quando è soddisfatto del risultato, stampa il fotomontaggio su carta in grande formato ad alta definizione (anni fa avrebbe fatto anche qualche ritocco a mano, direttamente sulla stampa). A questo punto, prende una fotocamera, uno stativo, luci adeguate e rifotografa la grande stampa, ottenendo un nuovo negativo o un nuovo file originale, non modificato, perché di fatto si sta fotografando semplicemente un oggetto. Il file ottenuto può essere anche autenticato e georeferenziato. Ad esempio, potrebbe rifotografare la stampa a Venezia, così il GPS della fotocamera registrerà nei dati EXIF che la foto è stata fatta in quella città, ottenendo coerenza con il soggetto umano che si vuole far credere a Venezia in un certo periodo (mentre fisicamente non c’è mai stato). Se il falsario riproduce e ristampa il risultato finale del fotomontaggio, ottiene un leggero abbassamento della risoluzione e aiuta ad impastare e confondere le “cicatrici” della manipolazione. Ogni passaggio di riproduzione comporta un lieve calo della qualità dell’immagine.

Ma la riproduzione fotografica di una stampa lascia dei segni, ecco come riconoscerli. Quando si riproducono delle stampe, si cerca di inquadrare completamente i bordi della stampa, ma il formato non ha quasi mai le stesse proporzioni del rettangolo del sensore, quindi a meno di non sacrificare parte dell’immagine, verranno inclusi nell’inquadratura anche piccoli particolari sospetti del piano di appoggio dello stativo da riproduzione, spesso raffigurati come bordi monocromatici che incorniciano l’immagine. Con gli scanner è più facile curare tale aspetto e con un po’ di attenzione si può impostare una scansione precisa che comprende solo i confini della stampa e null’altro. Ma anche in questo caso si è spesso costretti a sacrificare una piccolissima parte dei bordi per non rischiare di includere le frequenti imperfezioni dei margini della carta, dovute sia al taglio che al maneggiamento. Lo scanner però non permette di esibire un file credibile, il falsario ha invece bisogno di un file finale con dati exif di una fotocamera, per poterlo spacciare come scatto di un fotografo. In ogni caso la riproduzione di un originale, comporta molto spesso la perdita di una piccola parte dei bordi dell’immgine.

Un altro particolare interessante è che la stampa originale permette di estrarre molti particolari dalle zone in ombra della scena raffigurata. Se invece la stampa è una  riproduzione di un’altra stampa (due passaggi) e non proviene dal file o dal negativo originale,  si nota una perdita di molti particolari nelle zone in ombra.

Una riproduzione fotografica spesso si accompagna al  miglioramento dell’inquadratura, una correzione che si compie quasi automaticamente, ad esempio aggiustando un orizzonte storto in un panorama, mentre le fotografie vere, eseguite a mano libera, in condizioni che non permettono l’uso di un cavalletto e senza molto tempo a disposizione, sono spesso imperfette e approssimative nella composizione.

Un esame a forte ingrandimento della fotografia proveniente dalla riproduzione di una stampa, potrebbe rivelare l’immagine di fili o granelli di polvere nitidi, sovrapposti ad un soggetto con un grado di nitidezza inferiore: si tratta di sporcizia appoggiata sulla superficie della stampa nel momento della riproduzione, di cui il falsario non si è accorto. Se fosse sporcizia sul sensore, non sarebbe a fuoco.

Un particolare che è bene conoscere e che può tornare utile durante l’analisi consiste nel fatto che la stampa fotografica eseguita nei minilab mostra sempre un’immagine ritagliata nei bordi, rispetto alla pellicola o al file di origine.   E’ un dato di fatto che i minilab restituiscono sempre delle stampe con i bordi più o meno ridotti, rispetto all’inquadratura visibile sul negativo o sul file originale.  Anche con formati diversi, 10×15, 13X18, 15x21cm, il difetto permane. Ho sperimentato due minilab diversi, uno a testa analogica, uno a testa digitale (che fa una scansione del negativo), con lo stesso esito. Nell’esempio seguente ho evidenziato come la stampa sovrapposta all’immagine originale sia sorprendentemente ritagliata. Il laboratorio ha scartato arbitrariamente un’ampia porzione di bordi.

L'immagine presente nel negativo originale, notate i particolari della stanza...

La stampa perde molti particolari sui bordi.

Confronto tra l'immagine del negativo e della stampa.

Qui sopra potete vedere la sovrapposizione dell’immagine del negativo con la stampa da minilab (l’immagine del negativo è stata trasformata in positivo e in B/N, per renderla più visibile). La perdita di informazioni è davvero consistente, i bordi sono pesantemente ritagliati, e tutto questo per errate impostazioni della macchina da stampa.

Cosa cambia se invece della pellicola viene consegnato al laboratorio un file immagine fatto con una comune macchina digitale?  Ho portato  un  file in un minilab e ho fatto stampare tre copie in formato 15x20mm, 13×18,5mm “con bordo”, e  11x15mm. Rispetto alla stampa da negativo colore non è cambiato nulla, tutte le fotografie risultano ridotte nei bordi. Quella che si comporta meglio è la 13×18,5mm con bordo bianco, che stranamente ha conservato al 99,9% del lato destro, mentre ha perso una modesta parte dell’inquadratura sul lato sinistro. I lati superiore e inferiore sono integri e comprendono un bordo bianco di carta non esposta. Le altre due (11x15mm e 15x20mm) sono pesantemente tagliate, soprattutto sui lati destro e sinistro, mentre sul margine alto e basso il ritaglio è più contenuto. Solo nel caso di stampa di un file tramite computer collegato ad una stampante, se viene spuntata la dicitura “stampa a pagina intera”, si ottiene una fotografia completa, corrispondente al file originale e senza riduzione dei bordi, benché non su carta chimica come quella dei minilab. Conoscere questo difetto dei minilab serve per il fatto che il  falsario potrebbe non essere in grado di fornire un file (o una pellicola) originale come prova di genuinità, forse perché il fotogramma mostra particolari sospetti di un piano di appoggio di uno stativo da riproduzione, o nel caso di file, per non mostrare dati exif compromettenti. Il falsario quindi potrebbe rifotografare la stampa “incriminata” per ottenere un nuovo file da spacciare maldestramente come originale. Così facendo  ottiene un file (o un fotogramma su pellicola) incoerentemente uguale o più piccolo, e non più esteso, come nei file o negativi originali. Ricordate: i file o le pellicole originali mostrano sempre un’ immagine più estesa di ciò che si vede nella stampa da minilab.

Un’ analisi veloce per immagini sospette.

Dino Brugioni (vedi autori consigliati) ne suggerisce una molto semplice e preliminare: osservare la coerenza di luci ed ombre; valutare la scala dimensionale degli elementi della scena o quantomeno del soggetto sospetto; ingrandimento e analisi dei bordi del soggetto, analizzare bene il  rapporto dei bordi con lo sfondo.

Ogni genere fotografico ha le sue regole e peculiarità.

Quando si analizza un’ immagine è utile avere una formazione di base sulla tecnica fotografica usata per il soggetto raffigurato. Chi si è cimentato nella macrofotografia sa bene quali obiettivi si usano e i problemi connessi allo scatto, come la scarsa profondità di campo e l’uso spesso obbligatorio di cavalletti o stativi a causa dei tempi lunghi. Se si conosce il genere fotografico, è più facile scoprire le piccole imperfezioni e gli errori del falsario. A titolo di esempio, riporto un breve riassunto sulle caratteristiche della fotografia subacquea che ho ricavato da un interessante articolo di una rivista e che sono state per me una sorpresa, non avendo mai praticato quel genere di fotografia. Noterete i molti limiti rispetto agli scatti eseguiti sulla terra ferma. Le particelle in sospensione riduco molto la visibilità che spesso si limita al primo piano, con sfondi piuttosto confusi. Chi usa grandangoli in acqua, si vede ridurre la focale per la rifrazione della luce, in pratica un 24 mm diventa quasi un 28 mm. A  causa della poca luce che proviene dal sole, si usano quasi obbligatoriamente i  flash, e di solito in numero di due, uno principale e uno per schiarire le ombre. Di notte gli sfondi sono ovviamente molto più scuri, spesso nerissimi. Le luci artificiali sotto l’acqua si riducono di circa le metà rispetto all’atmosfera a causa della maggiore densità dell’acqua,  e se l’acqua è particolarmente torbida, anche di più. Difficilmente si arriva a superare i 3 metri di illuminazione anche con flash professionali. Un piccolo illuminatore viene spesso posto sulla staffa del flash per agevolare la messa a fuoco e l’inquadratura, e se non viene spento, potrebbe comparire come punto luce sulla superficie riflettente del soggetto. Nel caso invece che il sole sia l’unica fonte di luce, si tenga presente che i raggi perdono di intensità una volta attraversata la superficie dell’acqua e già ad un metro occorre aumentare di uno stop, rispetto alla fotografia all’esterno. Inoltre l’acqua assorbe i colori, il primo a desaturarsi è il rosso, che già ad un metro cambia tonalità, a 5 mt. è completamente assorbito. A 10 mt. perdo l’arancione, a 30 mt. perdo il giallo, a 50 mt. perdo il verde. Più si scende più le immagini virano verso il blu. Questo fenomeno è influenzato dall’ora, dalla stagione e dalla presenza di particelle in sospensione. Con i flash vicini all’asse ottico, le particelle in sospensione vengono illuminate frontalmente e appaiono come una nevicata, ingrandite perchè fuori fuoco. Un flash (o più di uno) messo a 45°, minimizza il fenomeno.

LETTURE CONSIGLIATE

Autore: Dino A. brugioni  – Libro: Photo Fakery – The history and techniques of photographic deception and manipulation (in lingua inglese), edito nel 1999, ma ancora utilissimo per acquisire la teoria e solide basi nel campo della falsificazione. L’autore è stato analista della C.I.A.

Autore: Cynthia Baron – Libro: Adobe photoshop forensics. Sleuths, truths and fauxtography (in lingua inglese). Attuale (2008),  molti esempi pratici, completo, per me un testo di riferimento.

Autore: Prof. Hani Farid – Sito:  http://www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Home.html  e tutto quello che riuscite a trovate, come interviste e articoli. Un  articolo su di lui che parlava di falsificazione della fotografia, letto in una rivista, è stato l’inizio del mio viaggio in questo affascinante settore. Un vero guru, autore con i suoi collaboratori di software di analisi forense ambitissimi.

Benvenuti

Questo blog nasce come strumento di analisi per stabilire se una immagine è vera o falsa.  Un articolo fornisce le nozioni di base, per tentare di stabilire cosa sia esattamente un “falso” e quante forme può assumere.

L’articolo cardine del blog è un pratico elenco di accertamenti, un  “test di autenticità”  a cui sottoporre un’ immagine sospetta.

Non meno importante è l’articolo che riguarda le tecniche per produrre fotografie autenticate,  immuni da qualsiasi sospetto di manipolazione,  tramite l’accorto uso di strumenti, impostazioni della fotocamera e particolari tecniche di esecuzione degli scatti.

Il contenuto del blog è in continua evoluzione, verranno aggiunti di volta in volta fotografie esplicative e articoli di approfondimento. Spero molto nel contributo dei lettori che vorranno arricchirlo con suggerimenti, correzioni e nuove informazioni.