Tag

,

Tutte le alterazioni applicabili ad una immagine fotografica possono essere classificate  nei seguenti 7 punti, alcuni ben noti, altri più subdoli.

1 Il fotomontaggio: sovrapporre un’ immagine alla scena, consiste nel copiare un’ immagine per applicarla all’interno della scena.

Originale

Fotomontaggio, le bottigliette ora sono tre.

Tecnicamente, anche quando si vuole eliminare un particolare, come il volto di una persona sgradita da una foto di gruppo, in ultimo si compie un fotomontaggio per coprire il buco, ad esempio applicando una porzione di sfondo. Nel caso dell’ immagine seguente, ho cancellato la bottiglia sostituendola con parti di muro  e di tavolo.

La bottiglia è sparita... e sostituita con pezzi di sfondo.

La difficoltà maggiore di chi produce un fotomontaggio consiste nel  rendere l’innesto coerente con tutti gli altri elementi della scena, ad esempio nella direzione della luce, posizione  delle ombre, il colore, le giuste proporzioni, ecc. Risulta molto comodo prelevare l’immagine dalla stessa fotografia, ma si corre sempre il rischio che un occhio attento riconosca la clonazione. Il falsario sa che un prelievo da un’ altra fotografia, magari della stessa sequenza di scatti (se esistente) e legata allo stesso evento, permette di correre meno rischi. Le sequenze di fotografie fatte prima e dopo lo scatto sono molto più frequenti di quanto si pensi. In un servizio giornalistico è improbabile che un fotoreporter scatti una sola fotografia ad un soggetto, prima e dopo lo scatto importante avrà fatto quasi sicuramente altre fotografie nello stesso ambiente. Ebbene, la sequenza è una buona fonte di elementi da clonare per il falsario ed allo stesso tempo una miniera di informazioni per l’analista e vale la pena fare ogni sforzo per reperirla.

2 Eliminare parti indesiderate,  tramita il ritaglio e rimozione di una parte della fotografia, senza che venga sostituita (ad es. eliminando una parte consistente dei bordi) in modo che alcuni particolari scomodi non siano più fruibili, privando l’immagine del contesto e di informazioni importanti e quindi stravolgendo il suo significato. Nell’esempio seguente propongo una mia foto ritagliata.

Immagine "innocente", ritagliata nella parte inferiore.

Originale.

Ma l’originale mi ritrae in manette (a scopo didattico, non temete…). Il soggetto è esattamente lo stesso ma il semplice ritaglio ha nascosto un particolare importante che viene normalmente associato a qualcosa di negativo, ed ha mutato profondamente il significato dell’immagine.

3 Modificare un elemento della scena. Non si tratta di un vero fotomontaggio, semplicemente viene cambiato il colore, o le dimensioni, ecc. Il soggetto viene modificato in loco, ma non avviene una rimozione nè la sostituzione con un’ altra immagine, il che comporta meno rischi e spesso meno lavoro per il falsario.

Originale.

Modificare un colore è molto facile con i moderni software.

4  Creare ex novo un’ immagine estremamente realistica, che non esiste nella realtà, utilizzando avanzati software di grafica vettoriale, oppure disegnando a mano libera un oggetto o una persona in maniera estremamente realistica (oggi assai meno frequente). Il falsario può inventare qualsiasi cosa ed inoltre l’immagine artificiale può essere inserita anche in una vera fotografia.   Per avere un esempio di opere d’arte iperrealiste, vi segnalo l’artista Chuck Close, del quale troverete facilmente alcune opere su Internet, come la seguente tratta da http://lnx.whipart.it/artivisive/5532/mostra-Chuck-%20Close.html

Nel sito http://www.digitalxmodels.com, che ovviamente non ha fini fraudolenti, potete vedere una galleria di ottime immagini create con il computer per scopi commerciali.

5 Illusioni ottiche e pareidolia.  Un uso controllato e sapiente delle leggi della prospettiva può far credere che un soggetto abbia dimensioni e caratteristiche che non ha nella realtà. Con i teleobiettivi molto spinti si può generare un illusorio schiacciamento dei piani e due elementi che nella realtà sono alquanto distanti, possono in fotografia apparire vicini o quasi a contatto.  Più frequente invece l’uso di obiettivi grandangolari per rappresentare  un oggetto in primo piano gigante, rispetto ad altri elementi più distanti dalla fotocamera, e ingannare l’osservatore sulle reali dimensioni. 

La pareidolia è l’illusione di riconoscere immagini note in mezzo a forme casuali, come ad esempio il profilo di un animale in una nuvola.  Molto più  interessante l’apparente presenza di fantasmi che compaiono mischiati tra i particolari di alcune immagini fotografiche, ma sempre con scarsa definizione. Una semplice ricerca su internet permette di vedere decine di esempi di immagini alquanto confuse spacciate per  “paranormali”, che sono in realtà solo un regalo del caso.

6  Fornire false informazioni  per far credere che il soggetto della fotografia abbia un nome, una provenienza, o una collocazione temporale diversa dalla realtà. Ciò non comporta necessariamente che l’immagine sia manipolata, la bugia si concretizza attraverso i falsi dati  forniti sui soggetti. Il falsario pubblicherà informazioni false mischiate a molte altre vere.  Le informazioni vere e dimostrabili tendono purtroppo ad estendere una sorta di garanzia sulle informazioni false, per le quali non c’è di solito possibilità di verifica.

Qualcuno potrebbe considerare le false informazioni un argomento non attinente i fotomontaggi ma un buon falso fotografico ha bisogno spesso del sostegno di una didascalia fraudolenta. Una stage photography, senza false informazioni correlate, sarebbe meno efficace.

7Organizzare la scena o stage photography, con una regia, oggetti selezionati appositamente e figuranti.  Ad esempio, una fotografia all’aperto potrebbe rivelarsi ripresa in studio, con prato finto, luce diffusa artificiale e un fondale raffigurante il cielo. Alcune stage photography tradiscono particolari di eccessiva perfezione nella messa a fuoco e nell’inquadratura. Ad esempio,  la collocazione insolitamente equilibrata dei soggetti nella scena, con luci ed ombre che non disturbano il soggetto, riflessi controllati, una linea dell’orizzonte perfettamente dritta, ecc., sono spia di un lavoro accurato di preparazione, incoerente con i difetti di uno scatto spontaneo, che si vuol far credere eseguito fortuitamente o in situazioni tipiche del fotogiornalismo, non particolarmente agevoli. Anche l’uso fraudolento di un sosia rientra nella stage photography. Interessante notare che spesso il sosia viene fotografato prudentemente con vestiti a collo alto, occhiali, cappello, ecc., per fornire pochi elementi di comparazione con foto autentiche dello stesso soggetto. Se si ha la fortuna di poter osservare chiaramente la forma dell’orecchio nella fotografia di un presunto sosia, si può procedere ad un confronto con immagini certe del personaggio originale. L’orecchio è un ottimo indice di identità.

Gli ultimi tre casi,  (le illusioni ottiche, le false informazioni correlate e la stage photography) potrebbero riguardare immagini originali, prive di manipolazioni dopo lo scatto,  quindi molto subdole. In realtà capita più frequentemente che nella stessa immagine siano presenti vari tipi di alterazioni, ad esempio un ritaglio dei bordi per rimuovere un elemento scomodo (punto 2), il fotomontaggio di un soggetto utile alla riuscita della truffa (punto 1), il tutto condito con la diffusione di false informazioni correlate (punto 6). Si tenga presente che la fotografia manipolata può essere inserita in una sequenza di scatti dello stesso evento, meno rappresentativi della situazione ma privi di alterazioni,  per rafforzarne la credibilità.

Quando inizia il falso e quando è solo maquillage.

Ci sono modifiche ammissibili che non rientrano nel campo della manipolazione perchè non stravolgono la scena e il significato originale, ossia interventi generici sul contrasto, sulla luminosità, sulla nitidezza, sul colore. Rendere più azzurro un cielo scialbo, non può essere considerato un inganno. Anche ai tempi della fotografia analogica, soprattutto in camera oscura bianco e nero, lo stesso fotogramma poteva essere stampato con luminosità e contrasto diversi, ed i più abili operatori erano in grado di modificare parametri solo in alcune aree,  senza sentirsi accusare di manipolazione. Anzi, un buon lavoro in camera oscura, che produceva un effetto di maggior impatto (senza fotomontaggi, si intende), era motivo di apprezzamento.

La fotografia digitale si presta facilmente ad un certo grado di intervento estetico e in molti casi è inutile accanirsi contro alterazioni che in fondo non distorcono il contenuto. Il falso fotografico è qualcosa di più complesso e consiste nel modificare profondamente uno o più elementi dell’immagine, producendo una  realtà che non è mai esistita e stravolgendo il significato dell’ originale. Nelle pubblicità, nelle copertine di riviste di gossip, si possono vedere dei bellissimi esempi di fotografie manipolate. Gli elementi maggiormente modificati sono i soggetti umani, ma il grande pubblico ormai ha capito che la bellezza esibita è frutto spesso di abili fotoritocchi. Il discorso cambia nell’ambito della fotografia giudiziaria e in generale di documentazione (fotografia scientifica, giornalismo, schedatura anagrafica, ecc.): se in un volto, oltre alla correzione di semplici parametri come il contrasto e la luminosità, vengono rimossi cicatrici o nei, abbiamo messo in atto una modifica di contrassegni permanenti del soggetto, e questo  non è più solo maquillage.  E’ per questo che è nata l’esigenza di stabilire dei protocolli a cui attenersi per garantire la genuinità delle fotografie pubblicate.  In un altro articolo di questo blog, dedicato alla autenticazione delle fotografie, riporto un sunto delle linee guida  per la pubblicazione di fotografie scientifiche e per il fotogiornalismo, con i rispettivi link del Journal of Cell Biology e della Associated Press.

Tecniche per nascondere le alterazioni e ostacolare i controlli.

Cercate di immaginare il falsario come un abilissimo chirurgo estetico. Modifica, toglie, aggiunge, migliora, e alla fine rende invisibili le cicatrici del suo intervento.

Una tecnica fondamentale del falsario: fornire immagini a bassa definizione,  per dissimulare i difetti che la manipolazione produce ed impedire un’ accurata analisi dei dettagli. Il falsario produce file immagine leggeri, molto compressi, talvolta solo delle stampe su carta in piccolo formato. Un altro trucchetto: per  ridurre la nitidezza dei dettagli più fini, quindi anche dei segni del fotomontaggio, pur mantenendo il peso del file uguale all’originale, è sufficiente ridurre le dimensioni del file al 50%, si salva e poi lo si riporta per interpolazione al 100%.  Si ottiene  un abbassamento della nitidezza, quasi impercettibile a occhio nudo, ma che contribuisce a dissimulare i bordi imperfetti di un fotomontaggio, mantenendo il peso del file e le dimensioni a monitor uguali all’originale.

Fornire una fotografia stampata su carta per impedire la lettura dei dati exif  e l’analisi informatica dei file.  Il falsario produce stampe in piccolo formato, non solo per limitare la possibilità di ingrandire i particolari più fini, ma anche per  impedire la lettura dei numerosi dati exif del file originale  e l’analisi con i software che  evidenziano interventi in post produzione.

Ma esiste anche la possibilità che le immagini  siano manipolate al computer, stampate in grande formato e dopo ri-fotografate per ottenere dalla fotocamera digitale un nuovo file da spacciare come originale (magari autenticato), con dati exif e dati GPS nuovi. Anni fa, in epoca analogica, avremmo ottenuto un nuovo fotogramma su pellicola.

Il falsario potrebbe fornire un miscuglio di informazioni vere e dimostrabili, con informazioni false e scarsamente verificabili, che sono il vero nucleo della truffa. Per un complesso meccanismo psicologico, l’osservatore tende a prendere per buone anche le informazioni che non può verificare, come se le informazioni vere garantissero per tutte le altre. Quindi non è detto che le informazioni scritte e orali che accompagnano la fotografia sospetta siano tutte false. In molti casi però chi diffonde una foto fraudolenta,  tenta di rendere impossibile la ricostruzione della storia dello scatto, per ridurre il rischio che vengano notate delle incoerenze. Molto spesso, scavando nella storia di foto sospette, non si riesce a capire chi l’ha pubblicata, dove e quando è stata fatta, chi è il fotografo, dov’è il file o la pellicola originale. Questa carenza di informazioni, e la riluttanza a fornirle, è un indizio di falsificazione.

Tecniche per agevolare l’analisi.

Eseguire tutti gli accertamenti elencati nel test di autenticità proposto in questo blog, punto per punto.

Confrontare la foto sospetta con una foto di un soggetto uguale, scattare fotografie con la stessa attrezzatura, stesse circostanze, se possibile stesso luogo, ecc. e valutare tramite confronto tutte le similitudini e differenze sospette.

Considerate la possibilità di riprodurre la fotografia in verifica su carta di grande formato. Personalmente ho notato che queste grandi stampe agevolano molto la ricerca dei dettagli e l’analisi in generale,  rispetto al monitor del computer.

Trasformare l’immagine in scala di grigi, per non farsi distrarre dal colore e valutare meglio le forme e le dimensioni.

Se si ha a disposizione solo una stampa chimica piuttosto datata e si vuole con una certa approssimazione stabilire il periodo dello scatto,  può essere utile analizzare la grana dell’immagine a livello merceologico.  La grana visibile sulla carta è  in realtà  la proiezione della grana della pellicola di origine, sperando sulla corretta messa a fuoco dell’obiettivo del minilab.  Occorre fare dei forti ingrandimenti di settori uniformi dell’ immagine con una tonalità medio-chiara, dove la grana è meglio visibile e analizzabile.  A me è capitato di usare stativo, fotocamera e obiettivo macro con tubo di prolunga, ma non escludo che uno scanner di qualità possa velocizzare l’acquisizione.   Il file immagine così ottenuto viene analizzato con  Photoshop, o altro software equivalente.  Si osservano selettivamente i tre canali colore RGB, visualizzati in B/N.  Il canale colore blu risulta il più indicativo della forma e distribuzione della grana.  Noterete che la grana è leggermente diversa a seconda del canale colore selezionato, ma in generale, la grana delle pellicole più recenti è più fine, e soprattutto ha una distribuzione più regolare.  Questo risultato viene messo a confronto con la grana di pellicole note (attraverso l’analisi di altre stampe di cui si conosce bene la storia), ma in particolare con rullini che si ritengono coevi. I confronti merceologici e l’analisi della grana permettono di isolare, con una certa approssimazione, il periodo di commercializzazione della pellicola, che  si è evoluta e raffinata con il progresso tecnologico e di conseguenza si ricavano indicazioni su quando è stato realizzato lo scatto.

I cosiddetti  “filtri fotografici”  sono strumenti informatici da applicare all’immagine e risultano di aiuto per evidenziare le manipolazioni.  Uno di essi è in vendita come plug in di Photoshop, si trattta del color deconvolution (acquistabile a basso prezzo  da 4N6site.com). Permette di selezionare una sfumatura di colore anche molto leggera e di isolarla dalle altre presenti nella scena, evidenziandola efficacemente con colorazioni diverse. E’ citato nel libro di Cynthia Baron che ho messo nelle letture consigliate, in fondo a questo articolo. Ho visto usare anche l’inversione di colore (da positivo a negativo), la conversione in scala di grigi analizzando il singolo canale della terna RGB,  il filtro di photoshop effetto rilievo, l’applicazione di una maschera di contrasto forte, quando un elemento è stato volutamente sfocato o reso indistinto dal falsario (così facendo si può evidenziare la parte anomala rispetto alla scena circostante).

Per fare una buona analisi, occorre vedere bene i particolari. Un analista di immagine ha a disposizione vari strumenti per migliorare la visione di ciò che sta studiando. Nel caso di stampe fotografiche si procede ad una scansione o una riproduzione su stativo alla massima definizione.  E’ inutile e rischioso lavorare sull’originale, che potrebbe rovinarsi.  Non so bene perchè, ma continuo a preferire l’osservazione di una riproduzione su carta in grande formato piuttosto che l’immagine sul monitor.  Ho in programma di sperimentare l’immagine fortemente ingrandita tramite proiettore laser su parete. Per quanto riguarda l’osservazione su monitor dei file, Adobe Camera Raw fa emergere particolari nelle alte luci meglio di altri programmi, quindi mette a disposizione più elementi da studiare. Si usano software per migliorare la nitidezza, ridurre il rumore digitale o aumentare contrasto e luminosità di parti interessanti.  Io uso abitualmente Capture NX2 di Nikon, Photoshop, e Pain Shop Pro X4, ma so che il mercato offre moltissimi software altrettanto validi. Segnalo Focus Magic  per aumentare la nitidezza e soprattutto la leggibilità di soggetti mossi, oppure nelle immagini tipografiche per estrarre il retino di stampa (funzione presente anche in  altri software).

Software che analizzano il file fotografico dopo lo scatto. Ricordo un servizio giornalistico sul TG1 (10 marzo 2011, ore 13.30 circa) in cui veniva detto che France Press si era dotata di un software, sviluppato da un matematico, per evidenziare graficamente su un monitor l’area di una fotografia alterata.  L’esistenza di appositi software è nota da anni, il Prof. Hani Farid, punto di riferimento mondiale per l’analisi della fotografia, ha sviluppato con i suoi collaboratori più di uno strumento informatico per l’analisi di file immagine,  per ora non presenti nei comuni canali commerciali.

Il suo sito è  www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Home.html

Certamente questi software non costituiscono la panacea che risolve tutti i casi di fotofakery, ma sono certamente un’arma potente che tutti gli analisti di fotografia vorrebbero avere. Interessanti i software “Clone tool detector” e “Truth dots”, ampiamente pubblicizzati su Internet come plug in di Photoshop CS3, ma al momento purtroppo non sono riuscito a reperirli. Il primo evidenzia se nell’immagine ci sono parti “irrealisticamente troppo simili”, quindi sospette di clonazione, e il secondo, Truth dots,  evidenzia se sono avvenuti tagli all’immagine. Un altro interessante software del gruppo di lavoro diretto dal Prof. Farid, evidenzia il tipo di elaborazione dell’immagine operata da marche differenti di fotocamere e da programmi di computer grafica, per stabilire con quale fotocamera è stata scattata la foto e se è stato usato Photoshop o altro programma. Strumento informatico davvero utilissimo nelle indagini sulla fotografia, anche per accertare la veridicità delle informazioni ufficiali fornite con la fotografia in verifica.

Su internet è disponibile gratuitamente il validissimo JPEGsnoop che visualizza i dati exif in maniera molto  completa. Se il file non è genuino, viene scritto esplicitamente  e viene anche indicato il software usato per l’alterazione (non l’area dell’immagine  manipolata).

La forza del confronto diretto. In molte occasioni troverete un valido aiuto nella tecnica del  confronto diretto con una fotografia genuina dello stesso soggetto o molto simile.  Un’ immagine sospetta può essere confrontata con una fotografia ripresa nello stesso luogo e nelle stesse circostanze, così da poter studiare a fondo gli elementi della scena e tentare di stabilire quali particolari sono realistici e quali impossibili. Lo stesso discorso vale se la vostra analisi è di tipo merceologico e dovete esprimere un parere sul supporto della fotografia: sarà utile un confronto con una stampa coeva realizzata su carta della stessa marca. Se avete sospetti su un soggetto umano, cercate di acquisire una fotografia originale dello stesso, e procedete alla comparazione fisionomica. Ponete vicine e sullo stesso piano l’ immagine in verifica (quella sospetta) e quella di comparazione (quella sicuramente vera). Se la fotografia usata per la comparazione raffigura il soggetto nella stessa posizione, è ancora meglio. Le caratteristiche comuni o le difformità verranno evidenziate nelle due immagini, con frecce e cerchi colorati. Prestate particolare attenzione a nei, cicatrici e alla forma delle varie parti dell’orecchio, indice di identità in ambiente giudiziario. La tecnica del confronto diretto può essere applicata in molti modi. Se ad esempio dovete analizzare una Polaroid sospetta e viene riferito che è stata esposta alla luce appesa ad un muro per 10 anni, ma notate l’assenza di un coerente decadimento cromatico e ritenete l’informazione falsa, non vi resta che ricercare una Polaroid coeva (dovrete dimostrarlo), e procedere ad un confronto diretto. Nella vostra relazione mostrerete la riproduzione delle due fotografie affiancate, nella didascalia scriverete che la Polaroid di comparazione presenta un decadimento cromatico marcato, mentre la Polaroid in verifica, nonostante l’età dichiarata e l’esposizione alla luce, presenta colori saturi e un buon livello di contrasto. Il confronto metterà in evidenza una grave incoerenza e servirà a dimostrare la tesi di falsità.

La perfezione e’ innaturale

Dedico un breve accenno alle immagini artificali, create completamente con programmi di computer grafica e dall’aspetto fortemente “fotografico”, prodotte da esperti di grafica vettoriale.  Come esempio vi invito a visitare il sito  http://www.digitalxmodels.com, che ovviamente ha scopi commerciali ed estranei a qualsiasi attività fraudolenta.  Nella “Gallery” troverete esempi di immagini artificiali, tra le quali ne segnalo una perchè mi permette di fare alcune considerazioni, ossia l’immagine che rappresenta un tratto di strada interrotto per lavori, nella corsia di destra. Ad un primo esame superficiale, le ombre risultano coerenti con la direzione della luce, la prospettiva è regolare, si notano i riflessi dell’ambiente sulla carrozzeria delle macchine, la nitidezza ha un realistico calo progressivo dal primo piano allo sfondo. Per un occhio attento però queste immagini “perfette” appaiono innaturali. Le superfici, nella realtà, non sono quasi mai così pulite e uniformi, l’assenza di macchie, graffi, o piccoli detriti è sospetta. Tutti gli elementi della scena sono troppo “belli”, e la saturazione dei colori è attraente ma ha un aspetto innaturale. In questo tipo di immagini l’illuminazione è sempre molto favorevole, incredibilmente giusta e adatta alla visione della scena, spessissimo è raffigurata una bella giornata di sole, senza ampie zone in ombra, né foschia. Spesso, sembra che siano stati usati il cavallettoo e obiettivi tilt e shift (oppure apparecchi a banco ottico) con la correzione evoluta della prospettiva, i soggetti sono inquadrati sempre in modo impeccabile, mai linee cadenti, mai orizzonti storti. Non si rileva quasi mai una posa infelice, un oggetto che copre un elemento importante, oppure un soggetto stilisticamente poco gradevole, tagliato o con qualsiasi altro difetto di inquadratura. Osservate l’assenza di dominanti cromatiche, difetto di cui le immagini vettoriali sembrano essere immuni. Al contrario, hanno un bilanciamento perfetto, con i bianchi puliti e privi di dominanti. Tenere d’occhio i difetti degli obiettivi che si manifestano soprattutto ai bordi, tipo purple fringing e aberrazioni cromatiche, di cui molti sistemi fotografici sono affetti. Le immagini artificiali/vettoriali non ne hanno. Il rumore digitale è un altro difetto che potrebbe non comparire nelle immagini completamente artificiali ma che deve coerentemente essere presente nelle scene riprese, ad esempio, con poca luce e ISO alti. Poniamo che il soggetto sia ripreso di notte e con poca luce, a mano libera, con persone in movimento nitidamente riprodotte (occorrono tempi di scatto rapidi e ISO elevatissimi) e buona profondità di campo (diaframmi chiusi): se non si rileva rumore digitale neanche nelle zone più scure, è lecito avere dei sospetti. Le immagini artificiali di solito rappresentano correttamente le proporzioni dei soggetti, con ombre  realistiche, ma i difetti degli obiettivi e dei sensori (aberrazioni cromatiche e rumore digitale)  potrebbero essere innaturalmente assenti.

Il falsario  rifotografa  il suo lavoro.

E’ utile ricordare sempre la seguente tecnica che rappresenta un passaggio chiave nella produzione di un falso efficace: il falsario produce un’immagine manipolata con il computer e,  quando è soddisfatto del risultato, stampa il fotomontaggio su carta in grande formato ad alta definizione (anni fa avrebbe fatto anche qualche ritocco a mano, direttamente sulla stampa). A questo punto, prende una fotocamera, uno stativo, luci adeguate e rifotografa la grande stampa, ottenendo un nuovo negativo o un nuovo file originale, non modificato, perché di fatto si sta fotografando semplicemente un oggetto. Il file ottenuto può essere anche autenticato e georeferenziato. Ad esempio, potrebbe rifotografare la stampa a Venezia, così il GPS della fotocamera registrerà nei dati EXIF che la foto è stata fatta in quella città, ottenendo coerenza con il soggetto umano che si vuole far credere a Venezia in un certo periodo (mentre fisicamente non c’è mai stato). Se il falsario riproduce e ristampa il risultato finale del fotomontaggio, ottiene un leggero abbassamento della risoluzione e aiuta ad impastare e confondere le “cicatrici” della manipolazione. Ogni passaggio di riproduzione comporta un lieve calo della qualità dell’immagine.

Ma la riproduzione fotografica di una stampa lascia dei segni, ecco come riconoscerli. Quando si riproducono delle stampe, si cerca di inquadrare completamente i bordi della stampa, ma il formato non ha quasi mai le stesse proporzioni del rettangolo del sensore, quindi a meno di non sacrificare parte dell’immagine, verranno inclusi nell’inquadratura anche piccoli particolari sospetti del piano di appoggio dello stativo da riproduzione, spesso raffigurati come bordi monocromatici che incorniciano l’immagine. Con gli scanner è più facile curare tale aspetto e con un po’ di attenzione si può impostare una scansione precisa che comprende solo i confini della stampa e null’altro. Ma anche in questo caso si è spesso costretti a sacrificare una piccolissima parte dei bordi per non rischiare di includere le frequenti imperfezioni dei margini della carta, dovute sia al taglio che al maneggiamento. Lo scanner però non permette di esibire un file credibile, il falsario ha invece bisogno di un file finale con dati exif di una fotocamera, per poterlo spacciare come scatto di un fotografo. In ogni caso la riproduzione di un originale, comporta molto spesso la perdita di una piccola parte dei bordi dell’immgine.

Un altro particolare interessante è che la stampa originale permette di estrarre molti particolari dalle zone in ombra della scena raffigurata. Se invece la stampa è una  riproduzione di un’altra stampa (due passaggi) e non proviene dal file o dal negativo originale,  si nota una perdita di molti particolari nelle zone in ombra.

Una riproduzione fotografica spesso si accompagna al  miglioramento dell’inquadratura, una correzione che si compie quasi automaticamente, ad esempio aggiustando un orizzonte storto in un panorama, mentre le fotografie vere, eseguite a mano libera, in condizioni che non permettono l’uso di un cavalletto e senza molto tempo a disposizione, sono spesso imperfette e approssimative nella composizione.

Un esame a forte ingrandimento della fotografia proveniente dalla riproduzione di una stampa, potrebbe rivelare l’immagine di fili o granelli di polvere nitidi, sovrapposti ad un soggetto con un grado di nitidezza inferiore: si tratta di sporcizia appoggiata sulla superficie della stampa nel momento della riproduzione, di cui il falsario non si è accorto. Se fosse sporcizia sul sensore, non sarebbe a fuoco.

Un particolare che è bene conoscere e che può tornare utile durante l’analisi consiste nel fatto che la stampa fotografica eseguita nei minilab mostra sempre un’immagine ritagliata nei bordi, rispetto alla pellicola o al file di origine.   E’ un dato di fatto che i minilab restituiscono sempre delle stampe con i bordi più o meno ridotti, rispetto all’inquadratura visibile sul negativo o sul file originale.  Anche con formati diversi, 10×15, 13X18, 15x21cm, il difetto permane. Ho sperimentato due minilab diversi, uno a testa analogica, uno a testa digitale (che fa una scansione del negativo), con lo stesso esito. Nell’esempio seguente ho evidenziato come la stampa sovrapposta all’immagine originale sia sorprendentemente ritagliata. Il laboratorio ha scartato arbitrariamente un’ampia porzione di bordi.

L'immagine presente nel negativo originale, notate i particolari della stanza...

La stampa perde molti particolari sui bordi.

Confronto tra l'immagine del negativo e della stampa.

Qui sopra potete vedere la sovrapposizione dell’immagine del negativo con la stampa da minilab (l’immagine del negativo è stata trasformata in positivo e in B/N, per renderla più visibile). La perdita di informazioni è davvero consistente, i bordi sono pesantemente ritagliati, e tutto questo per errate impostazioni della macchina da stampa.

Cosa cambia se invece della pellicola viene consegnato al laboratorio un file immagine fatto con una comune macchina digitale?  Ho portato  un  file in un minilab e ho fatto stampare tre copie in formato 15x20mm, 13×18,5mm “con bordo”, e  11x15mm. Rispetto alla stampa da negativo colore non è cambiato nulla, tutte le fotografie risultano ridotte nei bordi. Quella che si comporta meglio è la 13×18,5mm con bordo bianco, che stranamente ha conservato al 99,9% del lato destro, mentre ha perso una modesta parte dell’inquadratura sul lato sinistro. I lati superiore e inferiore sono integri e comprendono un bordo bianco di carta non esposta. Le altre due (11x15mm e 15x20mm) sono pesantemente tagliate, soprattutto sui lati destro e sinistro, mentre sul margine alto e basso il ritaglio è più contenuto. Solo nel caso di stampa di un file tramite computer collegato ad una stampante, se viene spuntata la dicitura “stampa a pagina intera”, si ottiene una fotografia completa, corrispondente al file originale e senza riduzione dei bordi, benché non su carta chimica come quella dei minilab. Conoscere questo difetto dei minilab serve per il fatto che il  falsario potrebbe non essere in grado di fornire un file (o una pellicola) originale come prova di genuinità, forse perché il fotogramma mostra particolari sospetti di un piano di appoggio di uno stativo da riproduzione, o nel caso di file, per non mostrare dati exif compromettenti. Il falsario quindi potrebbe rifotografare la stampa “incriminata” per ottenere un nuovo file da spacciare maldestramente come originale. Così facendo  ottiene un file (o un fotogramma su pellicola) incoerentemente uguale o più piccolo, e non più esteso, come nei file o negativi originali. Ricordate: i file o le pellicole originali mostrano sempre un’ immagine più estesa di ciò che si vede nella stampa da minilab.

Un’ analisi veloce per immagini sospette.

Dino Brugioni (vedi autori consigliati) ne suggerisce una molto semplice e preliminare: osservare la coerenza di luci ed ombre; valutare la scala dimensionale degli elementi della scena o quantomeno del soggetto sospetto; ingrandimento e analisi dei bordi del soggetto, analizzare bene il  rapporto dei bordi con lo sfondo.

Ogni genere fotografico ha le sue regole e peculiarità.

Quando si analizza un’ immagine è utile avere una formazione di base sulla tecnica fotografica usata per il soggetto raffigurato. Chi si è cimentato nella macrofotografia sa bene quali obiettivi si usano e i problemi connessi allo scatto, come la scarsa profondità di campo e l’uso spesso obbligatorio di cavalletti o stativi a causa dei tempi lunghi. Se si conosce il genere fotografico, è più facile scoprire le piccole imperfezioni e gli errori del falsario. A titolo di esempio, riporto un breve riassunto sulle caratteristiche della fotografia subacquea che ho ricavato da un interessante articolo di una rivista e che sono state per me una sorpresa, non avendo mai praticato quel genere di fotografia. Noterete i molti limiti rispetto agli scatti eseguiti sulla terra ferma. Le particelle in sospensione riduco molto la visibilità che spesso si limita al primo piano, con sfondi piuttosto confusi. Chi usa grandangoli in acqua, si vede ridurre la focale per la rifrazione della luce, in pratica un 24 mm diventa quasi un 28 mm. A  causa della poca luce che proviene dal sole, si usano quasi obbligatoriamente i  flash, e di solito in numero di due, uno principale e uno per schiarire le ombre. Di notte gli sfondi sono ovviamente molto più scuri, spesso nerissimi. Le luci artificiali sotto l’acqua si riducono di circa le metà rispetto all’atmosfera a causa della maggiore densità dell’acqua,  e se l’acqua è particolarmente torbida, anche di più. Difficilmente si arriva a superare i 3 metri di illuminazione anche con flash professionali. Un piccolo illuminatore viene spesso posto sulla staffa del flash per agevolare la messa a fuoco e l’inquadratura, e se non viene spento, potrebbe comparire come punto luce sulla superficie riflettente del soggetto. Nel caso invece che il sole sia l’unica fonte di luce, si tenga presente che i raggi perdono di intensità una volta attraversata la superficie dell’acqua e già ad un metro occorre aumentare di uno stop, rispetto alla fotografia all’esterno. Inoltre l’acqua assorbe i colori, il primo a desaturarsi è il rosso, che già ad un metro cambia tonalità, a 5 mt. è completamente assorbito. A 10 mt. perdo l’arancione, a 30 mt. perdo il giallo, a 50 mt. perdo il verde. Più si scende più le immagini virano verso il blu. Questo fenomeno è influenzato dall’ora, dalla stagione e dalla presenza di particelle in sospensione. Con i flash vicini all’asse ottico, le particelle in sospensione vengono illuminate frontalmente e appaiono come una nevicata, ingrandite perchè fuori fuoco. Un flash (o più di uno) messo a 45°, minimizza il fenomeno.

LETTURE CONSIGLIATE

Autore: Dino A. brugioni  – Libro: Photo Fakery – The history and techniques of photographic deception and manipulation (in lingua inglese), edito nel 1999, ma ancora utilissimo per acquisire la teoria e solide basi nel campo della falsificazione. L’autore è stato analista della C.I.A.

Autore: Cynthia Baron – Libro: Adobe photoshop forensics. Sleuths, truths and fauxtography (in lingua inglese). Attuale (2008),  molti esempi pratici, completo, per me un testo di riferimento.

Autore: Prof. Hani Farid – Sito:  http://www.cs.dartmouth.edu/farid/Hany_Farid/Home.html  e tutto quello che riuscite a trovate, come interviste e articoli. Un  articolo su di lui che parlava di falsificazione della fotografia, letto in una rivista, è stato l’inizio del mio viaggio in questo affascinante settore. Un vero guru, autore con i suoi collaboratori di software di analisi forense ambitissimi.

Annunci